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News dal mondo della Sanità

27 Maggio 2015

Con l’approvazione da parte di Aifa del regime terapeutico 3D messo a punto da AbbVie, che prevede la combinazione di tre agenti antivirali ad azione diretta, si completa l’arsenale a disposizione degli epatologi per affrontare l’epatite C. «Abbiamo ora la possibilità di personalizzare meglio la terapia per i pazienti e disponiamo di un buon numero di farmaci che sono in grado di colpire efficacemente tutti i genotipi del virus» spiega il presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali, Giampiero Carosi; «le percentuali di successo sono molto efficaci e hanno un basso livello di interazioni. Ora il problema fondamentale non è più quello cinico ma è legato all’alto costo delle terapie». È il capitolo più controverso dell’intera vicenda: le associazioni dei pazienti denunciano da un lato il fatto che, dei 20mila pazienti che avrebbero diritto ai farmaci innovativi, meno di un quarto li avrebbero effettivamente ricevuti; ma oltre a questo rilanciano e chiedono che tutti i malati, anche quelli meno gravi, possano essere curati. «Siccome si tratta di una terapia eradicante – sostiene Carosi – dal punto di vista scientifico dovremmo ovviamente trattare tutti i pazienti che hanno l’infezione, impedendo che proceda verso la cirrosi ed evitando così numerosi decessi. Però c’è un problema di compatibilità economica e il Ssn non può destinare tutte le risorse all’epatite C quando ci sono, per esempio, numerosi farmaci salvavita in ambito oncologico, anch’essi molto cari, che devono essere dati ai malati».
Tuttavia, l’esperto indica alcune possibili soluzioni: «Prima di tutto è importante disporre di diversi farmaci, molti li abbiamo già e altri arriveranno nei prossimi anni; in secondo luogo sarebbe bene che il prezzo venisse stabilito dall’Ema, l’Agenzia europea che per ora può solo registrare i farmaci, mentre aste europee per l’acquisto potrebbero ottenere condizioni più favorevoli; infine bisognerebbe convincere le aziende a differenziare i prezzi in base alle necessità e a riconoscere il fatto che in Europa potrebbero essere applicati degli sconti rispetto agli Usa, visto che da noi i farmaci vengono pagati dalla mutualità generale».

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17 Maggio 2015

A Torino il pm Guariniello ha aperto un fascicolo a carico di ignoti con ipotesi di reato omissione di cure e lesioni colpose. Il governo non avrebbe assicurato alle Regioni le somme necessarie a garantire a tutti i malati la costosissima terapia (40 mila euro a trattamento) che ‘cancella’ la malattia.

Omissione di cure e lesioni colpose: sono le due ipotesi di reato formulate dal procuratore torinese Raffaele Guariniello nel fascicolo aperto un mese fa a carico di ignoti sui costi sostenuti dalle Regioni (in questo caso la Regione Piemonte) per il Sofosbuvir che cura l’epatite C. Il superfarmaco, in commercio da circa un anno, è alla base di un trattamento che guarisce completamente (con percentuali di casi vicine al 99%) dalla malattia, ma che costa quasi 40 mila euro. Secondo l’ipotesi su cui lavora la procura torinese, però, le Regioni non avrebbero ricevuto dallo Stato i fondi necessari per assicurare le terapie a tutti i malati del territorio di competenza. Nel caso del Piemonte, si tratta di circa duemila pazienti.

L’inchiesta torinese riaccende il dibattito sui costi del medicinale e rischia di aprire un caso che avrebbe effetti pesanti sulle casse dello stato. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nei mesi scorsi ha trattato con le aziende produttrici  per avere uno sconto sul prezzo del medicinale che in farmacia resta alla portata solo dei malati ricchi. Un accordo è stato raggiunto tra l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e la produttrice Gilead. D’altra parte, il servizio sanitario nazionale, che dovrebbe assicurare a tutti l’accesso alla terapia, non è in grado di assumere una decisione che avrebbe un impatto finanziario pesantissimo sulle casse pubbliche. Il sofosbuvir, al momento dell’ingresso in commercio, malgrado il costo è stato il farmaco che ha superato ogni record di vendite sull’immediato nella storia della medicina, facendo volare i conti della casa produttrice.

Secondo il magistrato, le Regioni si sarebbero attivate per garantire le cure necessarie ai casi più gravi, ma non avrebbero ricevuto il necessario aiuto dallo Stato, nonostante lo scorso anno sia stata approvata una legge per finanziare la somministrazione di farmaci innovativi. Di conseguenza, il numero di pazienti in cura con il Sofosbuvir è di gran lunga inferiore a quello dei malati complessivi. In Piemonte, realtà sulla quale si incardina l’inchiesta torinese, i casi di epatite C sono circa 2 mila e per citare solo il caso dell’ospedale Molinette di Torino, i cui dati sono a disposizione del pm, appena 100 malati sono attualmente trattati con il superfarmaco, mentre altri 600 sono in lista d’attesa. A livello nazionale, i malati di epatite C sono circa un milione e mezzo e di questi circa 30 mila avrebbero bisogno della terapia in termini di urgenza assoluta.

Nella sua replica, l’Aifa sostiene che le notizie diffuse in queste ore sul  prezzo del ‘superfarmaco’  “sono largamente imprecise”. L’Agenzia italiana del farmaco spiega che per il farmaco Sovaldi ha “concluso un accordo negoziale a un prezzo medio di gran lunga più basso di tutta l’Europa. I pazienti attualmente registrati in trattamento con questo farmaco sono oltre 7.000 anche se – aggiunge in una nota – permangano preoccupanti variabilità regionali”.

L’Aifa aggiunge che “non è vero che lo Stato non ha stanziato le risorse nè che queste debbano arrivare ai singoli centri prima che il farmaco possa essere prescritto. La legge parla chiaramente di rimborsabilità e dato che il contratto con la azienda farmaceutica è fatto secondo un accordo per prezzo/volumi tanti più pazienti entrano in trattamento tanto meno lo paghiamo. Chi non sta prescrivendo o dispensando il farmaco nonostante i pazienti rientrino nei criteri identificati dall’Aifa – conclude la nota – dovrà assumersi le responsabilità di una simile scelta”.

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