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News dal mondo della Sanità

28 Marzo 2015

Con la vittoria al Consiglio di Stato dei trecento ricorrenti sostenuti da Cgil Medici, si riapre la partita degli studenti che, scartati al test 2014, chiedono di essere ammessi alle scuole di specialità in soprannumero perché il test presentava irregolarità. Contrariamente a quanto ha fatto il Tar con il ricorso di 180 neolaureati patrocinati dal Codacons, il massimo organo amministrativo ha dato ragione ai medici del ricorso della CGIL FP Medici: ha sospeso i provvedimenti del Ministero dell’Università che li escludevano e ne li ha riammessi alla specializzazione temporaneamente. La decisione di merito sarà presa una volta esaminate le “controdeduzioni” del Miur.

Antefatto – Il 29 ottobre, secondo giorno di prove, per la “specialistica”, i concorrenti d’area medica si erano visti recapitare i quiz per i colleghi d’area servizi e viceversa. Respingendo il ricorso Codacons, il Tar Lazio giorni fa ha premesso che sempre di scienza medica si tratta e a quelle domande un neolaureato comunque risponde. In effetti, se inizialmente si era parlato di ripetere la prova, poi ministero e commissari avevano convenuto che sole due domande erano così difficili che un concorrente d’altra area non vi avrebbe risposto. In ogni caso lo scambio poteva aver falsato l’andamento del test e i punteggi di alcuni, e tanto è stato sostenuto dai molti ricorsi al Tar fin qui presentati. Ma i trecento patrocinati dall’avvocato Michele Bonetti hanno bypassato il Tar, giudice di primo grado, con un Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, che finisce direttamente al Consiglio di Stato, e il cui esito non è appellabile.

Tar e Consiglio di Stato – Mentre il Tar Lazio si è soffermato sul concetto che dover rifare il test avrebbe danneggiato più studenti di quelli spiazzati dall’esito di due domande, il Consiglio di stato ha in qualche modo intravisto nello svolgimento la falla sulla segretezza, che era contenuta nella motivazione del ricorso (e che andrà ribadita nel giudizio di merito insieme alle altre censure). «L’inversione del test è a suo modo causa della violazione dell’anonimato dei concorrenti», afferma l’avvocato Bonetti. «Dopo averla constatata, il ministro dell’Università ha chiesto al Cineca in fase di correzione di abbuonare le due domande per le quali si era convenuto che i concorrenti d’altra specializzazione non avrebbero saputo rispondere. Ora, per attribuire due punti in più a tutti, chi ha corretto ha dovuto richiamare le singole prove dal database digitando il codice fiscale di ciascuno, visualizzare l’elaborato ed annerire due crocette e richiudere il file. A questo punto la prova non è più segreta e il Consiglio di Stato ha osservato che il ricorso è giusto, assistito da fumus boni iuris e che mantenere il provvedimento impugnato recherebbe grave ed irreparabile danno agli interessati». Per Bonetti, Tar e consiglio di Stato non hanno indirizzi opposti. «Nella sentenza Codacons il Tar, pur non trovando un nesso tra le irregolarità riferite e l’esito negativo del test, apre alla possibilità di “caducare” l’intera procedura di quel test ove si ricadesse nella violazione dell’anonimato, che però nello specifico in molti ricorsi probabilmente non è stato sollevato».

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9 Marzo 2015

Ribaltata la sentenza del giudice del lavoro di Rimini nel 2012 con cui per la prima volta si era riconosciuto un nesso tra la vaccinazione trivalente Mpr (morbillo-parotite-rosolia) e l’insorgenza di autismo in un bambino vaccinato nel 2002. Accolto il ricorso del Ministero della Salute. “Studi irrilevanti smentiti dalla comunità scientifica”.

La corte d’Appello di Bologna ha ribaltato la sentenza del giudice del lavoro di Rimini, che nel 2012 aveva stabilito un nesso tra la vaccinazione trivalente Mpr (morbillo-parotite-rosolia) e l’insorgenza di autismo in un bambino vaccinato nel 2002. La prima sentenza, che condannava il Ministero della salute riconoscendo il diritto all’indennizzo previsto dalla L. 210/92 per la famiglia del bambino, veniva ritenuta “storica” e utilizzata come punto di riferimento in molte cause civili per danni, che sono state avviate successivamente.

Il Ministero della salute ricorda in una nota di aver “fatto ricorso alla Corte d’Appello che ha nominato un consulente tecnico d’ufficio: il dottor Lodi ha stroncato i presupposti della decisione del giudice del lavoro definendo “scientificamente irrilevanti” le ragioni della sentenza riminese”. Nel giudizio di secondo grado il medico “ha segnalato in modo minuzioso la non pertinenza e la non rilevanza degli studi in essa citati”.

“Il consulente della famiglia – ricorda sempre il Ministero – ha presentato le ricerche del medico inglese Wakefild, autore di un articolo su Lancet sui collegamenti tra vaccini e autismo, che poi venne ritrattato dai coautori e, alla fine, ritirato dalla rivista stessa”. “Sono studi irrilevanti – ha scritto il perito – smentiti dalla comunità scientifica”. Inoltre “nella storia clinica del bambino non c’è un’oggettiva correlazione temporale tra la progressiva comparsa dei disturbi della sfera autistica e il vaccino Mpr, vi è solo il fatto che i due eventi avvengano uno prima e uno dopo, ma come dimostrato, ciò non è sufficiente a mettere in relazione i due eventi”.

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10 Febbraio 2015

06 FEB – “Decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono abrogati il comma 13 dell’articolo 41 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e il comma 6-bis dell’articolo 17 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66”. Questa disposizione contenuta nell’art. 14 della Legge 161/2104 conclude una lunga battaglia condotta, vittoriosamente, dall’ Anaao Assomed a difesa del diritto al riposo e alla determinazione di un tempo massimo di lavoro settimanale per i dirigenti medici e sanitari dipendenti del SSN.

La storia
L’Unione europea dispone dal 1993 (Direttiva 104/1993 CE) di standard comuni che disciplinano l’orario di lavoro, applicati dal 2000 (Direttiva 34/2000 CE) a tutti i settori dell’economia. La direttiva sull’orario di lavoro è una pietra miliare dell’Europa sociale, poiché assicura una protezione minima a tutti i lavoratori contro orari di lavoro eccessivi e contro il mancato rispetto di periodi minimi di riposo. Nel novembre 2003 la Direttiva 88/2003 CE, una sorta di testo unico sull’organizzazione dell’orario di lavoro, raccoglie i criteri “minimi” relativi a riposi, pause, ferie, orario massimo di lavoro, lavoro notturno. Per il riposo giornaliero la misura considerata “minima” dalla CE è quella di 11 ore consecutive nell’arco di 24 ore, partendo dall’inizio dell’ attività, mentre il tempo di lavoro massimo settimanale è individuato in 48 ore, comprendenti anche le quote di lavoro straordinario.

In Italia le Direttive 104/1993 e 34/2000 sono state recepite nell’aprile del 2003 come D.Lgs. 66.
La direttiva europea dà fondamenta giuridiche alla evidenza che periodi lavorativi prolungati producono effetti negativi sulla salute degli interessati ed aumentano il rischio d’errore. Il D.Lgs 66/2003 all’art. 1 definisce riposo adeguato: “Il fatto che i lavoratori dispongano di periodi di riposo regolari, la cui durata è espressa in unità di tempo, e sufficientemente lunghi e continui per evitare che essi, a causa della stanchezza, della fatica o di altri fattori che perturbano la organizzazione del lavoro, causino lesioni a se stessi, ad altri lavoratori o a terzi o danneggino la loro salute a breve o a lungo termine”.

Nel dicembre 2007, con la Legge Finanziaria 2008, per questioni di natura economica, è stata decisa a tavolino, e concordata tra le diverse forze politiche, una deregulation totale degli orari di lavoro del personale medico e sanitario. In alcune fasi del suo iter questa idea ha raggiunto aberrazioni tali che i medici avrebbero potuto lavorare anche due giorni di fila senza che ciò fosse illecito. Sono stati quindi creati supporti legislativi impropri per modificare l’art. 7 (riposo giornaliero) e l’art. 4 (durata massima dell’orario di lavoro settimanale) del D.Lgs 66/2003 con cui si era stata recepita in Italia la direttiva europea sulla organizzazione dell’orario di lavoro. I governi allora in carica (prima Prodi, poi Berlusconi) negavano ai medici e ai dirigenti sanitari quel diritto alla salute che è inalienabile e costituzionalmente garantito, a dispetto della palese illegittimità delle modifiche alla direttiva europea, di non pochi dubbi di co-stituzionalità e degli effetti nefasti di tale decisione sulla salute dei lavoratori e su quella dei pazienti.

Mentre in ambienti lavorativi come quello dei trasporti, del volo e dell’industria nucleare, il problema del rischio legato alla fatica degli addetti è stato affrontato molti anni fa, nel campo della sanità ospedaliera il calo della performance o l’errore in campo clinico sono stati considerati come episodi sporadici anche quando vere e proprie catastrofi sono state attribuite a stanchezza derivante da turni di lavoro prolungati. Ma la letteratura scientifica internazionale collega direttamente la deprivazione del riposo e gli orari prolungati di lavoro dei medici ad un netto incremento degli eventi avversi e del rischio clinico per i pazienti, coinvolgendo il tema della sicurezza delle cure e quindi la tutela della salute dei cittadini che si rivolgono alle strutture ospedaliere.

L’intervento dell’Unione Europea (2012/2014)
Dopo ripetute sollecitazioni da parte dell’ Anaao Assomed e della FEMS, la CE ha chiesto all’Italia le motivazioni del non rispetto della direttiva (2012). La difesa del governo si è basata essenzialmente sul ruolo dirigenziale dei medici del SSN. Ma i medici attivi nel SSN, ancorché classificati quali “dirigenti”, non sempre godono delle prerogative o dell’autonomia dirigenziale, ben specificate dalla CE, durante il loro lavoro. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi (i cosiddetti professionals) tali prerogative non sussistono, in presenza di un rapporto di lavoro contrattualizzato basato sugli orari di lavoro e non solo sui risultati, per cui non possono essere tenuti fuori dalle tutele relative ai riposi e ai tempi massimi di lavoro.
Non ritenendo valide le giustificazioni addotte, la CE nei primi mesi del 2014 ha aperto una procedura di infrazione presso la Corte di Giustizia Europea. Solo a questo punto il Governo italiano, per evitare la condanna, e le pesanti penalizzazioni economiche derivanti, con l’art. 14 della Legge 161/2014 ha finalmente cancellato “errori” reiteratamente sostenuti dai vari governi in carica, rinviando, però, l’applicazione delle norme comunitarie sull’orario di lavoro di un altro anno.

In conclusione, dopo 8 anni sono stati accertati e “certificati” dalla Comunità europea i diritti dei medici e dirigenti sanitari italiani alle 48 ore di lavoro medie settimanali ed al riposo minimo garantito di 11 ore ininterrotte ogni 24 e, quindi, la violazione di tali diritti e l’illecito di chi, per il ruolo rivestito, avrebbe dovuto applicare la direttiva, e non lo ha fatto anche allo scopo di ottenerne un vantaggio.

Ora molti vorrebbero mettere il “cappello” su questa indubbia vittoria Anaao, raccontando senza pudore palesi bugie, anche quelli che nel 2007/2008, come provano documenti epistolari, hanno ritenuto opportuno non impegnarsi nell’impresa negandone addirittura i fondamenti giuridici.

Le prospettive
Se, come è precisato nella stessa Direttiva 88/2003 CE, e in numerose sentenze delle Corte di Giustizia (vedi in particolare le sentenze SIMAP e Jaeger), è valido il suo automatico adeguamento nel corpo delle leggi del singolo Stato, indipendentemente dall’atto formale del recepimento, vengono a cadere le leggi dello Stato, sia antecedenti che successive ad essa, che ne ostacolino la corretta applicazione. Allora, anche il rinvio previsto dall’articolo 14 della Legge 161 del 2014 deve essere considerato nullo e, sulla scorta delle due sentenze Fuss della Corte di Giustizia, i medici stessi hanno diritto sia al risarcimento economico per i turni non rispettosi del riposo minimo e per le ore effettuate oltre il dovuto (Fuss 1) sia ad un indennizzo per la mancata osservanza in sé della Direttiva da parte dello Stato (Fuss 2).

Anaao sta strutturando un sistema di azione legale che chieda, al governo e/o alle amministrazioni, il giusto risarcimento, utilizzando i tabellini orari mensili mai contestati per dimostrare sia l’orario eccedente settimanale sia il mancato rispetto del riposo minimo giornaliero o settimanale ed il mancato godimento delle ferie annuali.

L’azione è diretta ad ottenere il riconoscimento del diritto ad una indennità:
– per ciascuna ora di superamento del limite delle 48 ore di lavoro settimanale (compresi gli straordinari);
– per le ore di mancato riposo: su base giornaliera (minimo 11 ore obbligatorie tra la fine di un turno e l’inizio del successivo);; su base settimanale (24 ore di riposo settimanale a cui si aggiungono le 11 ore di riposo del giorno lavorativo precedente); su base annuale (almeno quattro settimane di ferie).
La richiesta può essere effettuata anche per i riposi non goduti negli ultimi dieci anni, anche se il lasso temporale considerato dipenderà da come il Giudice qualificherà l’azione proposta. In sede di giudizio potrebbero infatti essere riconosciuti i compensi per i riposi non goduti negli ultimi 6 anni.

Il dato culturale ed organizzativo importante è che Medici e Dirigenti sanitari si riprendono il tempo perduto, mettendolo a disposizione del proprio benessere psicofisico o alla vita familiare, contro l’abuso fatto del loro lavoro professionale stressando oltre ogni legittimità orari e tempi di lavoro. E mettendo a rischio la sicurezza delle cure.

Carlo Palermo
Vice Segretario Nazionale Vicario Anaao Assomed

Sergio Costantino
Segretario Anaao Assomed Azienda Policlinico Milano

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9 Febbraio 2015

 CASSAZIONE PENALE – La guardia medica non si deve fare carico di attivare personalmente il servizio del “118”. La Corte di Cassazione ha affermato che non può non constatarsi che a mente dell’art. 67 dell’A.C.N. di medicina generale  non rientra nei compiti del sanitario di guardia medica locale quello di assicurare il servizio di eventuale ospedalizzazione dei pazienti dai quali o nell’interesse dei quali egli viene contattato per motivi sanitari. (Sentenza n. 2266/15)

FATTO:  Con sentenza del 24.2.2009 resa all’esito di giudizio ordinario il Tribunale di Reggio Calabria ha riconosciuto L.M. colpevole del reato di rifiuto di un atto di ufficio (art. 328 c.p. , comma 1) per essersi, quale medico di guardia in servizio di continuità assistenziale a Gallico (Reggio Calabria), rifiutato di eseguire visita domiciliare di C.I., richiesta in via di urgenza dalla figlia della paziente il 18.3.2007. Nel pomeriggio del 18.3.2007 la signora C.I., già affetta da ulcera duodenale cronica, avverte forti dolori all’addome e assume un antidolorifico in sua disponibilità, che non migliora la sua condizione, progressivamente peggiorata con il sopraggiungere di vomito e l’acuirsi dei dolori addominali, sino al punto di farla a più riprese svenire. Allarmata, la figlia F.I. alle ore 19.00 circa chiama per telefono la guardia medica e illustra al sanitario di turno, cioè al dott. L., la sintomatologia della madre. Il medico non ritiene di recarsi a controllare di persona lo stato della signora C. e suggerisce alla figlia di chiamare senza indugio il “118” per ospedalizzare la madre, valutando necessario effettuare rapidi controlli strumentali per risalire alle cause della patologia della paziente. La Corte di Appello di Reggio Calabria ritiene censurabile, per i fini di cui all’art. 328 c.p. , comma 1, il “modo” in cui il medico di guardia ha affrontato la situazione. I giudici di appello affermano, infatti, che l’imputato – proprio in virtù della “estrema serietà” della sintomatologia della paziente riferitagli dalla figlia – non potesse astenersi da “una immediata verifica “in loco” delle condizioni di salute della donna” e avrebbe dovuto contattare direttamente il servizio del 118.

DIRITTO: La Corte di Cassazione rileva che é fuori discussione, trattandosi di dato pacifico, che l’imputato, nella sua qualità, ha espresso un corretto giudizio diagnostico sulle condizioni della signora C., fondatamente alimentando il ragionevole sospetto (dolore addominale non attutito dall’assunzione di un antidolorifico e via via aumentato sino a far perdere i sensi alla donna) di un infarto cardiaco in atto e, dunque, di una situazione di assoluta urgenza di ricovero ospedaliero. Illogico si mostra il singolare ragionamento della Corte di Appello secondo cui il L. avrebbe dovuto in ogni caso recarsi a casa della C. e visitarla per constatare di persona un quadro clinico già sufficientemente chiaro alla stregua dei dati informativi forniti al L. dalla figlia della paziente. In secondo luogo non è dato comprendere in qual modo il L., ammesso che fosse stato avvertito, avrebbe potuto ovviare con la sua “autorevolezza” di medico (come si afferma in sentenza) alla momentanea mancanza di autoambulanze per eseguire il ricovero della C.. Ne discende che l’imputato, nell’esercizio della sua funzione di medico di continuità assistenziale (c.d. guardia medica), si è uniformato alle linee guida dettate dall’accordo collettivo nazionale di medicina generale (segnatamente con l’art. 67), operando con coscienza e accortezza professionali inapprezzabili per gli effetti di cui al contestato art. 328 c.p. , comma 1. Ribadendosi che il medico di turno territoriale non è tenuto ad eseguire visite domiciliari per ogni paziente di cui gli si prospettino eventuali patologie sanitarie, priva di pregio deve considerarsi, infine, anche la mancata annotazione sul registro di guardia medica dei contenuti della chiamata telefonica della figlia della C.; contenuti sui quali non sussistono divergenze o dubbi ricostruttivi. Ora non può non constatarsi, come si evidenzia nel ricorso, che a mente dell’art. 67 dell’A.C.N. di medicina generale non rientra nei compiti del sanitario di guardia medica locale quello di assicurare il servizio di eventuale ospedalizzazione dei pazienti dai quali o nell’interesse dei quali egli viene contattato per motivi sanitari. Laonde appare davvero fuori luogo l’inciso argomentativo con cui la sentenza impugnata assegna al dott. L. anche una mansione di “stimolatore per le vie brevi” del servizio “118”.  E’ agevole concludere che nel comportamento tenuto dall’imputato non è configurabile nessun rifiuto di atti dovuti del suo ufficio di medico in servizio di continuità assistenziale suscettibile di integrare il reato ex art. 328 c.p. , comma 1. Pertanto alla luce delle argomentazioni sopra esposte la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste).

A cura di Marcello Fontana – Ufficio Legislativo FNOMCeO