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News dal mondo della Sanità

16 Marzo 2015

Aiom, Airo, Cipomo, Siu e Siuro siglano un accordo per una comune strategia: “Servono percorsi di cura condivisi e centri di riferimento, lavoro in team, e definizione requisiti minimi delle strutture per trattare la malattia”. A dicembre una consensus conference da cui nascerà un documento subito operativo.

16 MAR – Uniti nella lotta ai tumori della prostata, della vescica, del rene, del testicolo e del pene. Cinque società scientifiche – Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), Airo (Associazione italiana radioterapia oncologica), Cipomo (Collegio italiano primari oncologi medici ospedalieri), Siu (Società italiana di urologia) e Siuro (Società italiana di urologia oncologica) hanno siglato un accordo per realizzare un vero e proprio team multidisciplinare urooncologico. Obiettivo: migliorare il dialogo fra gli specialisti per creare percorsi di cura condivisi e uniformi su tutto il territorio, individuare i centri di riferimento e favorire il lavoro in team, definendo anche i requisiti minimi che le strutture devono raggiungere per trattare queste malattie. Numeri importanti quelli dei tumori urologici. Il cancro della prostata, nel 2014 ha fatto registrare 36mila nuove diagnosi, è il terzo più frequente (11% di tutti i casi) e quello della vescica, con circa 26mila nuovi casi (21mila tra gli uomini e 5mila tra le donne), si colloca al quinto posto (7%).

“In Italia siamo all’avanguardia nella gestione dei pazienti colpiti dalle neoplasie urooncologiche, come dimostrano le alte percentuali di sopravvivenza nel carcinoma della prostata (91%), del testicolo (94%) e della vescica (80%) – commentano i Presidenti delle Società scientifiche coinvolte, Carmine Pinto (Aiom), Riccardo Maurizi Enrici (Airo), Gianpiero Fasola (Cipomo), Maurizio Brausi (Siu) e Giario Conti (Siuro) – ma persiste ancora la problematica della comunicazione fra urologo, oncologo, radioterapista e le altre figure chiave coinvolte. Partendo da questa base, come società scientifiche ci siamo riuniti e abbiamo dato vita ad un processo per la condivisione culturale e la definizione del team multidisciplinare per i tumori urologici.

Si tratta infatti di un processo insieme culturale e clinico-organizzativo. La patologia oncologica in ambito urologico necessita sempre più di una formazione e di un approccio di questo tipo. In quest’ambito rientrano alcune fra le neoplasie più frequenti nella popolazione italiana”. “Abbiamo costituito cinque gruppi di lavoro – continuano i presidenti – che si occuperanno di temi specifici, che spaziano dall’organizzazione all’analisi della gestione economica fino agli aspetti istituzionali e normativi. Il risultato del loro lavoro sarà formalizzato il prossimo dicembre durante una Consensus Conference a Milano in cui i rappresentanti delle società scientifiche con il board dei presidenti saranno chiamati a produrre un documento condiviso, che diventerà immediatamente operativo. In questo processo saranno coinvolti i rappresentanti delle Istituzioni e delle Associazioni dei pazienti”.

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13 Marzo 2015

Una nuova tecnica per la stimolazione magnetica a lungo termine di aree localizzate del cervello – che non richiede il ricorso a impianti o connessioni esterne – è in corso di definizione presso il Massachusetts Institute of Technology. Descritta in un articolo pubblicato su  “Science”,  finora è stata  sperimentata su topi, e in prospettiva potrebbe rappresentare una nuova terapia per varie malattie neurologiche.

La stimolazione elettrica di specifiche aree cerebrali si è dimostrata in grado di ridurre o eliminare i tremori che sono uno dei principali sintomi della malattia di Parkinson. Tuttavia si tratta di una risorsa estrema, utilizzabile solo in casi selezionati, perché è altamente invasiva e richiede l’impianto nel cervello di elettrodi collegati tramite fili a una fonte di alimentazione esterna.

Il metodo progettato da Polina Anikeeva e colleghi richiede invece solo l’iniezione di nanoparticelle magnetiche che vanno a insediarsi nel tessuto cerebrale e vengono poi attivate da un generatore esterno di campi magnetici alternati. L’attivazione delle nanoparticelle riesce a stimolare i neuroni con cui sono in contatto grazie a un “trucco” ideato dai ricercatori.

Quando sono esposte a un campo magnetico alternato, infatti, le nanoparticelle si scaldano provocando un aumento localizzato della temperatura. Se i neuroni circostanti esprimono i recettori per la capsaicina – quelli che l’organismo sfrutta per rilevare e inviare segnali relativi alla percezione del calore (ma anche del “bruciore” provocato dai cibi piccanti) – allora si attivano.

I neuroni cerebrali, però, normalmente non possiedono i recettori per la capsaicina; per questo i neuroni dell’area che si vuole attivare vengono “infettati” con un vettore virale che inserisce in essi il gene per quei recettori.

Le nanoparticelle, che hanno un diametro di soli 22 nanometri, vengono iniettate nella sede prescelta, dove rimangono e si integrano nel tessuto circostante senza però avere con esso alcuna interazione, tranne quando si scaldano. “Nanoparticelle analoghe a quella da noi usate – dice la Anikeeva –  sono state impiegate per decenni come agenti di contrasto nella risonanza magnetica, e sono considerate relativamente sicure per l’organismo umano.”

Nei test sui topi, i ricercatori hanno dimostrato che l’applicazione del campo magnetico esterno riesce effettivamente ad attivare i gruppi di neuroni desiderati e che questa capacità persiste per molti mesi dopo l’iniezione delle nanoparticelle.

Il prossimo passo verso il trasferimento di questa tecnologia dal laboratorio alla pratica clinica nell’uomo, ha detto la Anikeeva “è quello di capire meglio come funziona il nostro metodo attraverso la registrazione delle risposte neurali ed esperimenti comportamentali, così da valutare se vi siano altri effetti collaterali sui tessuti della zona interessata”.

L’idea di partenza, spiegano gli autori, è stata mutuata da alcuni studi sul cancro, nei quali si cerca di sfruttare il calore indotto dalle nanoparticelle per surriscaldare le cellule tumorali e portarle a morte. Anikeeva e colleghi hanno quindi studiato il modo per calibrare la stimolazione termica indotta, così da eccitare i neuroni senza danneggiarli o ucciderli, e per dare alle nanoparticelle dimensioni e forma controllati con precisione al fine di massimizzare la loro interazione con il campo magnetico alternato applicato.

11 Marzo 2015

Ricerca italiana dell’ Icgeb di Trieste pubblicata su Nature. Ora si apre la strada a nuove cure contro Aids

TRIESTE – E’ stata fotografata per la prima volta la struttura del nucleo dei linfociti e scoperte le “tane” dove l’Hiv si nasconde fino a diventare ‘invisibile’. La ricerca è stata realizzata all’Icgeb di Trieste da un gruppo di studiosi guidati dal professor Mauro Giacca, direttore del Centro di medicina molecolare. La scoperta è stata pubblicata sul sito di ‘Nature’ e avrà forti ricadute nello sviluppo di nuovi farmaci contro l’Aids. L’Aids è collegato alla proprietà del virus di inserire il proprio Dna in quello delle cellule che infetta diventando così parte del loro patrimonio genetico. Gli esperti hanno cercato di capire come mai i virus colpisce solo determinati geni e ne ignora altri.

Infatti la ragione per cui il virus scelga soltanto alcuni dei 20mila geni umani per integrarsi e, soprattutto, come riesca all’interno di questi geni a nascondersi ai farmaci era rimasto finora un enigma. Ora questo enigma è stato risolto dal gruppo di ricerca dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology. Gli studiosi hanno dimostrato che la presenza di due proteine(NUP153 e LEDGF/p75) è fondamentale perché il virus riesca a inserirsi nella cellula.

Si tratta di un altro passo avanti nella lotta all’Aids. Recentemente un gruppo di ricercatori statunitensi ha messo a punto una sostanza in grado di ‘inibire’ il virus nelle scimmie. Gli studiosi americani del Scripps Research Institute, in California, hanno modificato il Dna delle scimmie, in modo da creare una specie di ‘scudo’ contro l’Hiv. La sperimentazione sulle cavie da laboratorio, durata diversi mesi, ha dato risultati incoraggianti.

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11 Marzo 2015

ROMA – Sono due gemelli, un maschio e una femmina, i primi due bambini italiani nati con la fecondazione assistita eterologa. E’ avvenuto a Roma nella clinica Alma Res Fertility, diretta da Pasquale Bilotta. Un traguardo reso possibile dalla sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile scorso che ha dichiarato illegittima la norma della legge 40 che vietava questa tecnica. E la notizia della nascita dei due bimbi coincide con l’undicesimo anniversario della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, entrata in vigore il 10 marzo del 2004. I due bambini, che sono in buone condizioni di salute, ha spiegato Bilotta, sono nati da una donna di 47 anni che tentava da 15 anni di avere un figlio. La gravidanza è stata possibile attraverso la donazione di ovociti a fresco con la tecnica Icsi. E’ stato utilizzato il trasferimento in utero di due embrioni allo stadio di blastocisti, cioè mantenuti in incubatore nel laboratorio fino al quinto giorno di sviluppo.

Il parto è avvenuto prematuramente alla 36ma settimana mediante taglio cesareo, per un distacco di placenta. I bambini e la mamma sono ora “in perfetta salute”. Dopo le polemiche seguite alla sentenza della Consulta, la notizia arrivata da Roma è accolta con soddisfazione da Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni. “Mi auguro – commenta – che su questa bella notizia non si scatenino sterili polemiche, ma tutti esprimano gioia per la nascita di questi gemelli. Ricordo quanto ha scritto la Consulta nella sentenza di cancellazione del divieto di fecondazione eterologa dello scorso aprile: ‘Deve anzitutto essere ribadito che la scelta di tale coppia diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi, libertà che, come questa Corte ha affermato, sia pure ad altri fini ed in un ambito diverso, è riconducibile agli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione'”. Come si è arrivati alla nascita dei due bambini.

I genitori dei gemellini si erano rivolti a Bilotta nei primi mesi del 2014. “La fertilità della donna era risultata del tutto compromessa oltre che dall’età, 47 anni, anche da una riserva ovarica (produzione di ovociti) drasticamente ed irrimediabilmente danneggiata da una patologia a carico delle ovaie, l’endometriosi, responsabile del 45% dei casi di infertilità femminile”, spiega Bilotta. La coppia è stata quindi sottoposta a fecondazione assistita eterologa con donazione di ovociti ottenuti a fresco mediante tecnica Icsi. Bilotta è stato coadiuvato dall’embriologo, Luigi Muzii e dalla ginecologa Talia Capozzolo. “È stato utilizzato – aggiunge il medico – il trasferimento in utero di due embrioni allo stadio di blastocisti, cioè mantenuti in incubatore nel laboratorio sino al quinto giorno di accrescimento. Tecnica, questa, che incrementa in modo significativo le percentuali di successo della procedura”. Per la fecondazione, prosegue, “è stato utilizzato il liquido seminale del marito.

La selezione della donatrice, come suggerito dalle linee guida delle società scientifiche internazionali, è avvenuta basandosi sulla compatibilità del gruppo sanguigno e considerando le caratteristiche fenotipiche della donna ricevente, cioè colore degli occhi e dei capelli, carnagione, corporatura. Tutte le donatrici sono state sottoposte ad analisi generali, genetiche, metaboliche ed infettive ed hanno ricevuto un rimborso spese, come indicato dalla attuale normativa”. A luglio l’esito del test di gravidanza è risultato positivo, con valori molto elevati di beta hcg, in accordo con il riscontro ecografico di una gravidanza gemellare, il cui decorso è stato seguito molto da vicino da Bilotta e dalla sua equipe in quanto la gravidanza è stata complicata sotto diversi punti di vista.

Per mutazioni genetiche, in primo luogo, che comportavano un elevato rischio trombotico per la gestante, e, in secondo luogo, per l’età e la gemellarità che rappresentano un aumentato fattore di rischio per tutte le donne in gravidanza. Novità in arrivo per la legge 40. Sottoposta a referendum, la legge 40 è stata uno dei provvedimenti più contestati della storia repubblicana, tanto da essere “smontata” pezzo per pezzo nelle aule di tribunale per ben 33 volte. Da quelli di primo grado fino alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti di Strasburgo, i giudici hanno eliminato quattro divieti, tra cui l’ultimo è stato quello di fecondazione eterologa.

Ma le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate. Come spiega una scheda dell’associazione Luca Coscioni, che ha seguito legalmente diverse coppie in questi anni, è prevista per il 14 aprile infatti l’udienza davanti alla Consulta in cui verrà discussa la legittimità costituzionale del divieto diagnosi preimpianto per le coppie fertili con patologie genetiche trasmissibili ai figli, e si è in attesa di udienza sia presso la Consulta che la Grand Chambre della Corte europea per il divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. In questi anni, sono stati eliminati il divieto di produzione di più di tre embrioni e crioconservazione, l’obbligo contemporaneo di impianto di tutti gli embrioni prodotti, il divieto di fecondazione eterologa e di accesso alla diagnosi pre-impianto per le coppie infertili, mentre è rimasto in vigore il divieto di accesso alla fecondazione assistita per i single e le coppie omossesuali. “E’ un bilancio positivo quello di questi 11 anni – afferma Filomena Gallo – perché sono stati cancellati i divieti più brutti, grazie al lavoro delle associazioni di pazienti come la nostra, a cui si sono rivolte molte coppie. E’ stata una battaglia per la libertà di accesso alle tecniche e di garanzia del rispetto del diritto alla salute”. Questi 11 anni hanno però evidenziato, conclude Gallo, “la distanza e l’inadeguatezza del Parlamento sui temi che riguardano la libertà delle persone. Sarebbe opportuno che intervenisse prima della Consulta, ma credo che rimarremo delusi ancora una volta”.

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11 Marzo 2015

PALERMO. La robotica al servizio della medicina ha sempre dato un forte impulso per lo sviluppo di nuove metodiche di ricerca. Nei laboratori di tutto il mondo e nelle sale chirurgiche più avanzate si lavora già da tempo con il supporto di bracci meccanici ad altissima precisione. Ma da qualche anno un progetto nato un po’ per gioco ha raggiunto risultati inaspettati soprattutto con il coinvolgimento della community mondiale degli sviluppatori di software. Parliamo di umanoidi dalle fattezze robotiche. Nel 2005 un primo piccolo ma importante passo è stato compiuto dalla Aldebaran, società francese creata da Bruno Maisonnier, che ha progettato un mini robot chiamato NAO.

La caratteristica principale di Nao risiede nella possibilità di personalizzarlo con un software. L’occasione è stata colta al volo nel 2013 da un team di Catania, composto dai fratelli Daniele e Marco Lombardo, e da Giuseppe Pennisi; insieme hanno fondato la Behaviours Labs, una start up che si occupa di robotica sociale, premiata da Working Capital Telecom e terza ad un concorso nazionale organizzato dalConsiglio degli Ingegneri d’Italia.

La giovane azienda siciliana ha focalizzato i propri interessi sul software, associato ad un tablet, in grado di facilitare l’approccio didattico educativo, usando il mini robot Nao nei programmi riabilitativi dei bambini autistici. Daniele Lombardo, amministratore della neonata società, sottolinea l’importanza dell’integrazione di un giocattolo nelle terapie per i bambini: «Siamo dell’idea che un robot possa convivere armoniosamente con l’uomo.

L’affetto istintivo che proviamo nei confronti di un robot, specialmente se antropomorfo, non è dovuto solo al suo aspetto esteriore, ma ci è suscitato anche dalle sue modalità di reazione, dal suo approccio nelle relazioni verbali, visive o tattili». Così è nato il progetto TREAT (Therapeutic Robot in Experimental Autism Therapy), sviluppato con il supporto del CNR di Messina. Il sistema sperimentale prevede una nuova terapia per il trattamento dell’autismo, basata sulla piattaforma roboMate e sulla programmazione del robot tramite software realizzati da Behaviours Labs. La metodologia impiega nuove tecnologie ed in particolare un tablet ed il robot umanoide antropomorfo NAO. Il sistema si basa sul concetto di «edutainment», ovvero di educazione rivolta all’apprendimento. Tramite il tablet ed il mini robot il terapista può sperimentare nuovi spazi di espressione e di comprensione in un contesto protetto e di gioco. Ma le novità della giovane azienda siciliana non finiscono qui.

Recentemente i giovani catanesi sono stati contattati dalla Hanson Robotics, una start up texana che produce i robot Zeno, con la quale hanno definito un rapporto di collaborazione. Zeno è un robottino entrato in produzione alla fine del 2014, caratterizzato dalle sembianze umane e dotato di una simpatica faccia sorridente, che lo rende ancora più familiare.

I robot adottati dalla Behaviours Labs sono dotati di telecamere frontali utili per monitorare le reazioni dei bambini direttamente dal display del tablet associato che funge anche da telecomando. La programmazione è semplice, intuitiva ed alla portata di tutti, adattabile quindi a diverse esigenze didattico sociali. Il terapista, potrà quindi rilevare i disagi del bambino e guidare i suoi gesti rendendolo più motivato, operativo e partecipe.

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8 Febbraio 2015
Si è chiuso da qualche giorno, il “II Corso teorico-pratico di tecniche chirurgiche di base”, organizzato dall’associazione socio-culturale Axada Catania. Il corso è stato un’ottima occasione per entrare nel mondo della chirurgia partendo dalle sue basi

Sono stati oltre 100 i giovani medici e gli studenti che hanno preso parte al corso, cimentandosi con aghi, fili, pinze e “zampe di maiale”, prendendo così maggiore confidenza con la strumentazione chirurgica ed i materiali di sutura. Una buona partecipazione preannunciata dai risultati della prima edizione del corso, svoltosi l’anno scorso e dunque riproposta, anche per l’elevato numero di richieste pervenute all’Associazione.

L’obiettivo principale del corso è stato quello di insegnare o approfondire i principi di base riguardo la strutturazione di una sala operatoria e l’asepsi in ambiente operatorio, lo strumentario chirurgico di base, i materiali necessari per le suture, le pratiche di sutura, i principali nodi chirurgici, la classificazione e la gestione delle ferite.

Il corso è stato in inaugurato sabato 10 Gennaio 2015 presso il Policlinico Universitario etneo alla presenza, tra gli altri, del Presidente dell’associazione Axada, Dott. Salvatore Giovanni Vitale, e del Prof. Salvatore Costa, docente di Chirurgia Generale del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’ateneo catanese. L’incontro inaugurale è stata l’occasione per trattare trattato gli argomenti di base della chirurgia: la sala operatoria, come è strutturata ed il comportamento idoneo da tenere al suo interno, la strumentazione chirurgica, aghi e fili chirurgici e le ferite, con la loro gestione e il loro trattamento.

Alla parte teorica ha fatto seguito la seconda parte del corso, quella pratica, in cui piccoli gruppi di iscritti al corso hanno avuto la possibilità di “imparare facendo”, esercitarsi e prendere confidenza con le procedure di preparazione chirurgica (lavaggio delle mani, inserimento di guanti e camici sterili, preparazione del campo chirurgico), con gli strumenti del chirurgo (aghi e fili, pinze, forbici) e con le tecniche di base (nodi chirurgici, suture e rimozione dei punti di sutura).

Il corso è stato patrocinato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Catania, e dalla S.P.I.G.C. (Società Polispecialistica Italiana dei Giovani Chirurghi). Questo corso inoltre rientra nell’ambito del Progetto CARE (Continous Advances for Reaching Excellence) promosso dalla stessa Axada Catania, progetto che ha nella formazione concreta e nel “fare” una delle sue prerogative principali.

“Il corso di tecniche chirurgiche di base” – ha dichiarato il Presidente di Axada, Dott. Salvatore Giovanni Vitale – “è stato di certo un’opportunità concreta, i giovani medici e gli studenti, di aggiungere un piccolo tassello alla propria formazione medica fatta sia di teoria, fondamento del sapere scientifico, sia di pratica, fondamento dell’attività quotidiana del buon medico”.

“Questo corso” – ha puntualizzato Vitale – “si inscrive nell’ambito del Progetto CARE (Continous Advances for Reaching Excellence) promosso dall’associazione socio-culturale Axada Catania. Tale progetto, in un periodo di grande razionalizzazione dei costi sanitari, si propone di innalzare gli standard formativi, puntando su qualità, pragmatismo e rigore scientifico, senza gravare sulle risorse destinate alla formazione con oneri economici aggiuntivi. “

“Scopo del progetto – conclude Salvo Vitale-  è la creazione di un fitto network di partner universitari, istituzionali, ospedalieri e territoriali, che sia un punto di riferimento per l’organizzazione di training e workshops specialistici teorico-pratici per medici specializzandi, giovani specialisti, odontoiatri in formazione ed altri professionisti della sanità. il metodo didattico è incentrato su un forte pragmatismo, con lo scopo di agevolare i giovani nella crescita clinica e nel potenziamento di conoscenze, competenze e professionalità”.

Mattia S. Gangi

 

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