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News dal mondo della Sanità

26 Agosto 2015

Favorire una diagnosi tempestiva e più accurata, migliorare l’approccio terapeutico, ridurre gli accessi impropri al Pronto soccorso e promuovere un uso più appropriato degli antibiotici. Sono alcuni dei risultati a cui tendono le nuove linee guida regionali su otite media acuta e faringotonsillite in età pediatrica elaborate dall’Agenzia sanitaria e sociale dell’Emilia-Romagna e rivolte ai pediatri fiducia, ospedalieri e di comunità, otorinolaringoiatri, medici di famiglia e di Pronto soccorso.

“Diffuse in una prima versione nel 2007 – spiega una nota della Regione -, le nuove linee guida intendono fornire ai professionisti raccomandazioni basate sulle prove di efficacia più recenti, condivise con un gruppo multi-professionale e sottoposte ad un vasto processo di revisione esterna”.

Per la prima volta, inoltre, nella loro elaborazione, sono stati coinvolti i genitori, tramite focus group e un questionario online, per raccogliere il loro parere e capire quali aspetti della gestione di queste patologie fossero per loro più rilevanti o problematici.

Inoltre, per aumentare la fruibilità del documento, sono state inserite tabelle con i dosaggi dei farmaci indicati e strumenti pratici per il counselling e la prevenzione.

Disponibile per entrambe le linee guida anche un documento in formato breve con le raccomandazioni, le tabelle con i dosaggi dei principali farmaci in base a peso ed età del bambino, i dati di resistenza regionali e le indicazioni per trovare le risorse presenti sul territorio per favorire l’adozione di comportamenti preventivi.

Sul sito dell’Agenzia sanitaria e sociale regionale dell’Emilia-Romagna, disponibili i documenti in formato esteso e tascabile, insieme al questionario on-line e alle risposte dei genitori. La sezione dedicata alle Linee guida nel sito dell’Agenzia sanitaria e sociale regionale

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21 Luglio 2015

I pediatri di Fimp, Sip e Acp scrivono al Ministro della Salute in tema di certificati medici anche alla luce dell’ultima circolare. “La nebulosa definizione di ‘attività sportiva non agonistica’, l’obbligo di un Elettrocardiogramma e i costi derivanti, hanno reso complesso e più difficile l’approccio alla attività motoria organizzata, specialmente per i bambini delle fasce sociali più disagiate”. LA LETTERA

Certificati medici e sport. I pediatri scrivono al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin e chiedono di “liberare da qualsiasi obbligo certificativo tutte le attività motorie organizzate nella prima infanzia almeno fino ai 6 anni”. Nella lettera firmata dal presidente Fimp, Giampietro Chiamenti, dal presidente Sip, Giovanni Corsello e dal presidente di Acp, Paolo Siani si segnala come “la nebulosa definizione di ‘attività sportiva non agonistica’, l’obbligo di un Elettrocardiogramma per il rilascio della certificazione relativa (che non ha riscontro nella letteratura scientifica pediatrica internazionale) e i costi derivanti, hanno reso complesso e più difficile l’approccio alla attività motoria organizzata, specialmente per i bambini delle fasce sociali più disagiate”.

“E’ noto – rilevano i pediatri – che quasi tutte le palestre, piscine e circoli sono affiliati al CONI e quando organizzano corsi di varia tipologia tesserano d’ufficio i praticanti a prescindere dall’età e dal tipo di impegno Signor Ministro, penso Lei condivida quanto sia paradossale e difficile da giustificare alla mamma di un lattante di 9 mesi che inizia un corso di acquaticità la necessità per legge di ECG e certificato non agonistico per il semplice fatto che iniziando il corso viene automaticamente tesserato dalla piscina, essendo questa affiliata per motivi di opportunità amministrativa”.

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1 Giugno 2015

L’ipertensione è una delle patologie più frequenti nella seconda infanzia e nell’adolescenza, ma il problema è sottostimato per la scarsa diffusione dell’abitudine di misurare la pressione a bambini e ragazzi. Un’indagine condotta dal Gruppo di Studio per l’Ipertensione Arteriosa della Società italiana di pediatria (Sip) su un campione di 8.300 bambini delle scuole elementari di Monza e di diversi centri della Brianza ha rilevato che il 4% della popolazione pediatrica presenta valori elevati di pressione arteriosa, inoltre la prevalenza di ipertensione risulta molto più alta nei soggetti in eccesso di peso. Il dato è confermato in analoghi screening condotti a livello internazionale.

“Un bambino iperteso sarà molto probabilmente un adulto iperteso, quindi a rischio di patologie cardiovascolari, che oggi rappresentano la prima causa di morte e di spesa sanitaria nei Paesi occidentali – spiega Giovanni Corsello, Presidente Sip – la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento dell’ipertensione dovrebbero iniziare in età pediatrica, superando il preconcetto che l’età evolutiva sia esente da questa patologia. Misurazioni sistematiche della pressione durante la visita pediatrica, ma anche nelle scuole, possono evidenziare un numero non trascurabile di bambini con valori elevati e consentire un intervento precoce”.

 Sul fronte del trattamento dell’ipertensione arteriosa arrivano alcune novità. Al 71° Congresso italiano di pediatria che si terrà a Roma dal 4 al 6 giugno (congresso congiunto della Sip, della SIMGePeD e dei Gruppi di studio Sip su ipertensione arteriosa ed ecografia pediatrica) sarà infatti presentato l’aggiornamento delle raccomandazioni congiunte della Società Italiana di Pediatria e della Società Italiana della ipertensione arteriosa.

“La principale novità riguarda la relazione tra zuccheri semplici, acido urico e valori pressori – spiega Marco Giussani, segretario del Gruppo di Studio di Ipertensione della Società Italiana di Pediatria – gli zuccheri, e specificamente il fruttosio particolarmente contenuto nelle bevande zuccherate, aumentano la concentrazione di acido urico nel sangue, fattore che nei bambini è associato a un maggior rischio di ipertensione. La relazione tra alti valori di acido urico (anche se ancora compresi nell’intervallo considerato normale) e pressione arteriosa è stata infatti dimostrata anche nel bambino in uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di ricercatori italiani sulla prestigiosa rivista ‘Pediatrics”.

Oltre alla limitazione degli zuccheri, i cardini delle raccomandazioni Sip per la prevenzione e il trattamento della ipertensione arteriosa nell’infanzia rimangono quelli di agire sull’eccesso di peso,  aumentare l’attività fisica e ridurre il sale nella dieta. La prevenzione andrebbe rivolta a tutti, ma alcuni bambini sono a maggior rischio: quelli con eccesso di peso, i nati piccoli per l’età gestazionale, chi ha una familiarità per l’ipertensione e i bambini con elevati valori di pressione non confermati in successive rilevazioni. Il trattamento farmacologico non è quasi mai necessario.

Rimane cruciale l’aspetto della “transizione”, cioè il passaggio dell’adolescente iperteso dal pediatra al medico dell’adulto. In questo campo c’è molto lavoro da fare, sia sul versante pediatrico che su quello dei medici dell’adulto. È necessario aprire dei canali di dialogo e di condivisione delle competenze, a vantaggio dei bambini di oggi che saranno gli adulti e gli anziani di domani.

01 giugno 2015
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13 Maggio 2015

Promuovere la salute fin dalle prime fasi della vita nella consapevolezza che si può ambire ad avere future generazioni di adulti e di anziani più sani, più attivi e meglio inseriti in una società sempre più longeva.  Che si può “creare salute da zero a cento anni”.
Questo lo scopo della neonata Fondazione Italiana per il Bambino (FIB), presentata a Roma, che in un messaggio ha ricevuto il plauso del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, la quale ha confermato la sua attenzione al mondo dell’infanzia “perchè il nostro Paese deve scommettere sui ragazzi per investire sul futuro”.

“Abbiamo raggiunto aspettative di vita che sono tra le migliori al mondo – ha spiegato Alberto Ugazio, Direttore del Dipartimento di Medicina Pediatrica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e componente del Cda della FIB -, ma, con l’aumento della vita media aumenta anche l’incidenza di malattie come quelle cardiovascolari, polmonari, tumorali e tante altre ancora. Patologie che rendono precaria la qualità di vita dell’anziano, aumentano sempre più la spesa sanitaria e impediscono di condurre una vita attiva e serena nella terza età.  Oggi – prosegue Ugazio – sappiamo bene dai più recenti progressi della medicina che, in larga misura, salute e malattia dell’adulto e dell’anziano originano durante la gravidanza ed i primissimi anni di vita. La salute di domani dipende quindi dalle scelte che facciamo oggi”.

La scienza dice che nei primi mille giorni di vita, dal concepimento fino ai 2 anni d’età, si gioca il futuro di salute dell’essere umano. L’allattamento al seno e una dieta equilibrata sono due pilastri fondamentali nello sviluppo psico-fisico del bambino.

Anche la lotta all’obesità è una delle grandi sfide che ci attendono per avere una società più sana e meno soggetta al rischio di malattie legate all’eccesso ponderale come diabete, ipertensione e le altre patologie correlate. Allo stesso modo, promuovere una sana attività fisica, lontana sia dalla sedentarietà sia dagli eccessi agonistici, è fondamentale per un corretto funzionamento dell’organismo già dai primi anni di vita.

La salute del bambino si tutela anche attraverso una cultura delle vaccinazioni troppo spesso assente o sempre più minacciata da una disinformazione organizzata. Si assiste a un calo preoccupante di alcune importanti vaccinazioni come evidenziato recentemente anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha bacchettato l’Italia e l’Europa perché in ritardo sulla tabella di marcia stabilita per eliminare morbillo e rosolia. In alcune scelte di salute un ruolo fondamentale lo svolgono i pediatri.

“I dati di una recente ricerca condotta in occasione della Giornata mondiale contro la meningite – ha dichiaratoCarla Collicelli, Vicedirettore del Censis – evidenziano che il pediatra è la principale fonte di informazione delle famiglie in questo campo. Ed è al medico che cura i propri figli che i genitori affidano i loro dubbi e le loro speranze per la guarigione dei loro bambini”.

Il pediatra è sempre più un’antenna sociale dei bisogni di salute psicofisica del bambino e dell’adolescente in una società che muta continuamente. “L’advocacy della Pediatria – ha aggiunto Giovanni Corsello, Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) e componente del Cda della FIB – si esprime nella tutela della salute del bambino, attraverso la diagnosi, la cura e la prevenzione delle malattie. Ma anche promuovendo il suo benessere fisico-psichico e relazionale, e i suoi diritti nella società. Il pediatra del terzo millennio è chiamato a passare dalla cura alla ‘care’, cioè al prendersi cura del bambino e della sua famiglia”.

Occorre quindi investire a tutto tondo per la salute del bambino che sarà l’adulto di domani. Ma per raggiungere tale scopo è indispensabile un impegno globale che coinvolga a tutti i livelli le istituzioni, il mondo della ricerca, i media, gli opinion leader e gli stakeholder delle Professioni e dell’Industria. Perché se è vero che la Salute è un bene di tutti, ognuno deve contribuire a favorire le condizioni che rendono effettivo questo diritto tutelato dalla nostra Costituzione.

In occasione della presentazione della FIB Walter Ricciardi, Direttore Osservasalute e Commissario ISS, ha tenuto la Lettura Tra denatalità e invecchiamento della popolazione: una sfida sostenibile per il nostro Ssn?  “La prevenzione – dichiara Ricciardi – è la vera chiave di volta per la sostenibilità del SSN. Investire in prevenzione significa investire in salute e creare le condizioni favorevoli per una popolazione più sana e longeva. Spendiamo ancora troppo poco in prevenzione e occorrono sempre più campagne mirate contro i non corretti stili di vita. I problemi di stile di vita, di abitudini comportamentali come quelle alimentari, di urbanistica e di ambiente, vanno affrontati e risolti oggi se si vuole creare salute da 0 a 100 anni”.

Anche la Fondazione Italiana per il Bambino è pronta a fare la sua parte e ha indicato in dieci mosse lo stile di vita da seguire per la donna in gravidanza e da neomamma:

  1. Più movimento all’aria aperta
  2. Niente stress
  3. Niente alcool
  4. Niente fumo
  5. Cibi poveri di grassi e zuccheri
  6. Alimenti freschi
  7. Frutta e verdura di stagione
  8. Fibre e prebiotici
  9. Pesce azzurro
  10. Allattamento esclusivo al seno per almeno 6 mesi

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13 Maggio 2015

È talvolta liquidato come una delle tante malattie dell’infanzia, ma il morbillo è molto più di un semplice sfogo esantematico. In base a uno studio pubblicato su Science, questo virus lascia nel sistema immunitario dei bambini strascichi che durano fino a tre anni dalla fine della malattia, lasciandoli vulnerabili a una serie di infezioni anche più gravi.

 Tutto da rifare. Secondo le analisi dei ricercatori dell’Università di Princeton e della Emory University di Atlanta (USA), il morbillo cancellerebbe la memoria immunitaria delle passate infezioni, compromettendo il lavoro svolto dai globuli bianchi nei primi anni di vita del bambino.

 La buona notizia è che il vaccino contro il morbillo, prevenendo la malattia, proteggerebbe anche dalle infezioni che potrebbero colpire un paziente reduce dal morbillo, pertanto immunodepresso.

Memoria corta. Da tempo si sapeva che il morbillo colpisce il sistema immunitario del malato, uccidendo i linfociti T, cellule fondamentali per la risposta immunitaria che conservano memoria delle passate infezioni. Si pensava che questo effetto durasse un mese o due; ma recenti ricerche sulle scimmie hanno dimostrato che dopo quell’arco di tempo, l’unica memoria che viene recuperata è quella per il virus del morbillo.

 Legame inquietante. L’organismo si “ricorda” quindi della recente infezione, ma è inerme contro altri virus ancora più pericolosi. Se questa “amnesia immunitaria” colpisse anche l’uomo, si dovrebbe notare una forte correlazione tra numero di casi di morbillo e numero di morti infantili per infezioni.

 Michael Mina e i colleghi della Emory University di Atlanta hanno analizzato i dati sulla mortalità infantile in USA, Inghilterra e Danimarca nei decenni precedenti e successivi la diffusione del vaccino antimorbillo (introdotto negli USA a partire dagli anni ’60; in Italia, dal 1976).

 Stretto rapporto. Le morti per infezioni (soprattutto malattie polmonari, diarrea e mengite) sembrano aumentare e diminuire in base ai casi registrati di morbillo; in particolare, l’amnesia immunitaria dovuta al morbillo durerebbe 27 mesi.

 L’effetto è così chiaro che, in ogni anno esaminato, il numero di morti infantili per infezione è strettamente legato al numero di casi di morbillo registrati; nei periodi di epidemia di morbillo, l’immunodeficienza causata dal virus sarebbe responsabile della metà delle morti per infezione.

 Tabula rasa. Ma perché proprio 27 mesi? L’ipotesi è che il virus del morbillo riporti il sistema immunitario del paziente colpito a quello di un neonato. E che da quel momento servano 2-3 anni per esporsi di nuovo a un numero di infezioni sufficienti a ricostituire una solida base di difesa per l’organismo.

 Danni a catena. L’effetto “colpo di spugna” sul sistema immunitario coinvolgerebbe anche gli anticorpi derivanti da precedenti vaccinazioni. In altre parole, non vaccinandosi contro il morbillo si rischia di annullare i benefici derivanti da precedenti vaccini, come quello contro la difterite o la pertosse. Malattie che potrebbero non colpire fino al raggiungimento dell’età adulta, quando si manifestano in forma più grave.

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