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News dal mondo della Sanità

17 Luglio 2015

Benefici maggiori dallo screening nelle donne fra i 50 e i 69 anni, ma i vantaggi sono chiari anche per le 70enni. Si studiano nuovi esami efficaci, soprattutto per le 40enni.

Le donne che si sottopongono regolarmente allo screening con mammografia tra i 50 e i 69 anni riducono del 40 per cento i rischimammografia-digitale di morire per un tumore al seno rispetto alle loro coetanee che non partecipano ai controlli. L’ultima conferma arriva da un vasto studio da poco pubblicato sulNew England Journal of Medicine e coordinato dagli esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), l’agenzia che all’interno dell’Organizzazione Mondiale i Sanità è specializzata sui tumori.

L’indagine
Gli esperti hanno valutato gli esiti di 11 sperimentazioni e 40 studi osservazionali (quelli che servono ad analizzare associazioni tra fattori di rischio o fattori protettivi e la patologia in studio) che hanno coinvolto parecchie migliaia di donne in tutto il mondo. Le conclusioni a cui sono giunti hanno messo in evidenzia che i benefici maggiori si ottengono con lo screening mammografico nelle donne fra i 50 e i 69 anni (quello attivo anche nel nostro Paese, per cui tutte le italiane in quella fascia d’età ricevono ogni due anni la lettera a sottoporsi gratuitamente al test). «Ogni mille donne che si sottopongono all’esame nei programmi organizzati vengono trovati da 4 a 10 tumori della mammella (la variabilità dipende dall’età e se è la donna è al primo esame o a uno successivo) – dice Marco Zappa, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Screening -. Oggi il 70 per cento delle donne italiane dopo i 50 anni riceve un invito per sottoporsi allo screening mammografico contro il tumore al seno , meno di una su sei però coglie l’occasione che può salvare loro la vita».

Controlli anche per le donne sopra i 70 anni e per le 40enni
Diversi studi hanno inoltre mostrato importanti vantaggi per le donne fra i 70 e i 74 anni, mentre le evidenze a favore dello screening fra le 40enni sono più limitate, anche se vanno nella stessa direzione delle donne più anziane. Ogni anno in Italia sono circa 46mila i nuovi casi di cancro al seno: l’80 per cento riguarda donne con più di 50 anni, ma l’incidenza nelle 30-40enni è in crescita. Le raccomandazioni sulla partecipazione allo screening e gli esami da fare per un’eventuale diagnosi precoce in questa fascia d’età sono materia dibattuta da tempo e molti specialisti concordano sul fatto che il programma di prevenzione (per tempistica dei controlli e tipologia di esame, se ecografia o mammografia eventualmente abbinate a risonanza magnetica) debba essere elaborato «su misura», tenendo conto dei vari fattori di rischio che ha ogni donna e della forma anatomica del suo seno. «In Italia quello che si sta studiando è se, a seconda della densità del seno in età giovanile si possono pensare intervalli di screening diversi: ad esempio una mammografia annuale per i seni densi e ogni due anni per quelli chiari – aggiunge Zappa – . Al momento attuale suggerirei alle 40enni che, soppesati vantaggi e svantaggi (ovvero rischio di sovradiagnosi e “accumulo”, seppur limitato, di radiazioni) vogliono comunque sottoporsi a un test di controllo, un esame mammografico all’anno, eseguito però in centri dove si diagnosticano (e si trattano) molti casi di tumore ogni anno».

Lo screening salva la vita: 9 donne su 10 guariscono con diagnosi precoce
«Queste conclusioni permettono di rassicurare ancora una volta le donne di tutto il mondo – commenta Eugenio Paci, tra gli autori dello studio ed epidemiologo all’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica di Firenze -: lo screening con mammografia salva vite e l’evidenza prova che è uno strumento determinante per diagnosticare il cancro al seno in fase precoce, permettere un trattamento appropriato e, quindi, ridurre il numero delle morti. Per quanto riguarda poi i possibili aspetti negativi dello screening (ovvero le diagnosi e le eventuali diagnosi e trattamento in eccesso, i falsi positivi, le radiazioni accumulate tramite i ripetuti esami), appare ben dimostrato che i benefici superano i rischi. Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente in tutto il mondo, causa ogni anno di milioni di morti, ma 9 donne su 10 che lo scoprono ai primi stadi guariscono definitivamente e la mortalità per questo tumore è in diminuzione. Ogni 1000 donne che dai 50 anni seguono il protocollo suggerito nei programmi di screening organizzato in Europa circa 20 sarebbero morte di questa malattia, ma se partecipano allo screening è stato stimato che da 7 a 9 hanno la loro vita salvata dall’aver partecipato al programma. Ecco perché è fondamentale sottoporsi ai controlli».

Oltre la mammografia, si studiano e valutano nuovi esami efficaci
Lo studio Iarc si conclude con l’affermazione che si può e si deve fare di più per raggiungere un’ulteriore riduzione della mortalità da cancro al seno. Esperti e ricercatori, anche in Italia, già studiano metodi alternativi alla mammografia, che abbiano la stessa o migliore efficacia e minori effetti collaterali. Come la promettente tomosintesi digitale, ovvero un nuovo sistema di imaging tridimensionale del seno che potrebbe migliorare l’accuratezza dell’esame perché consente di vedere meglio attraverso i tessuti mammari più densi (come ad esempio il seno in giovane età). «Infine – concludono Zappa e Paci – vanno messi a punti metodi «personalizzati» per le donne più a rischio, per la loro storia familiare (madri, zii, nonne, sorelle con un tumore al seno) o per il loro assetto genetico (mutazione dei geni Brca1 e Brca2), che devono essere sottoposte a controlli ravvicinati nel tempo e che iniziano già in giovane età. Ad esempio, la risonanza magnetica della mammella è considerata una tecnologia utile nell’identificazione di carcinomi nelle donne giovani ad alto rischio genetico, ma è necessario promuovere ulteriori ricerche»

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17 Maggio 2015

In Italia colpisce circa 6000 persone ogni anno, e risulta essere attualmente l’ottava neoplasia più diffusa al mondo. E’ il carcinoma del cavo orale, una neoplasia ancora non molto conosciuta ma che si rivela spesso fatale soprattutto se individuata in ritardo (il tasso di mortalità, a 5 anni dalla diagnosi è di oltre il 70%). 

Nella sua fase iniziale il tumore del cavo orale si presenta frequentemente attraverso lesioni pre-cancerose come macchie o placche bianche e/o rosse, piccole erosioni o ulcere all’interno della bocca. Pericolosamente sottovalutate, queste condizioni patologiche iniziali vengono spesso etichettate dai pazienti come “infiammazioni”. Per sensibilizzare la popolazione sulla fondamentale importanza di una diagnosi precoce per ridurre l’incidenza di questa forma tumorale altamente invalidante e per sottolineare il ruolo basilare della prevenzione – quando il carcinoma viene rilevato e curato nella sua fase iniziale è possibile ottenere una guarigione completa e avere un indice di sopravvivenza dell’80% – sabato 16 maggio torna nelle principali piazze d’Italia l’Oral Cancer Day, giunto alla nona edizione, l’appuntamento con la tutela della salute del cittadino e la prevenzione del tumore del cavo orale, organizzato da Fondazione ANDI onlus grazie ai suoi volontari, i dentisti ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani).

Raggiungendo le postazioni informative o le unità mobili di screening allestite nelle piazze i cittadini avranno la possibilità di ricevere materiale divulgativo e di consultare direttamente i dentisti circa i fattori di rischio e gli stili di vita da adottare per prevenire questa neoplasia. In questa occasione i dentisti ANDI motiveranno inoltre le persone a recarsi dal proprio dentista di fiducia per una visita di controllo gratuita e fino al 31 ottobre saranno loro stessi disponibili a organizzare visite presso i propri studi. L’elenco delle piazze è disponibile sul sito www.oralcancerday.it.

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25 Aprile 2015

Ogni anno ci sono 240mila morti in tutto il mondo causati dal morbillo, eppure la fiducia nei vaccini è ancora poca, nonostante solo nel 2014 abbiano salvato 3 milioni di vite. L’Italia non fa eccezione: lo scorso anno sono stati registrati 1.674 casi di morbillo, circa il doppio rispetto alla Germania. Sulla base di queste cifre preoccupanti Flavia Bustreo, vicedirettore generale, Salute della famiglia, delle donne e dei bambini presso l’Oms lancia l’allarme sugli obiettivi da raggiungere con il Piano d’azione globale per le vaccinazioni in occasione della settimana mondiale dell’immunizzazione (dal 24 al 30 aprile).

Difterite, tetano, pertosse e morbillo. Oggi, i bambini di tutto il mondo sono regolarmente vaccinati contro una crescente gamma di malattie e l’Oms stima che con la vaccinazione si previene, ogni anno, la morte di circa 2 – 3 milioni di persone. Ciononostante, l’Italia è tra i sette Paesi della regione europea (insieme al Kyrgyzstan, Bosnia Erzegovia, Federazione Russa, Georgia, Germania e Kazakhstan) in cui ancora si diffonde il morbillo e dove si sono registrati, nel 2014, oltre 1.600 casi della malattia virale, il doppio rispetto alla Germania .

In Italia, la media della copertura vaccinale è dell’ 88,1% (anno 2013), ben lontano dal 95% fissato come obiettivo per l’eliminazione del Morbillo di quest’anno. L’incidenza maggiore si registra in Liguria, seguita dal Piemonte, dalla Sardegna e dall’Emilia Romagna.

Il morbillo è una malattia prevenibile attraverso la vaccinazione, che provvede all’immunizzazione durante l’arco di tutta la vita nella maggior parte dei vaccinati. Eppure continua a rappresentare una problematica europea. Nel 2013, sono stati riportati 31.617 casi di morbillo e 8.350 ospedalizzazioni in 36 dei 53 Stati dell’Area Europea Oms.

«Il morbillo è una delle principali cause di mortalità infantile – spiega Bustreo – insieme alla polmonite e alla diarrea. Conduce a circa 240.000 morti l’anno in tutto il mondo. Più del 95% delle morti causate dal morbillo avvengono in paesi a basso reddito con scarse infrastrutture sanitarie, ma se pensiamo che in Europa lo avevamo quasi debellato, oggi i numeri sono tornati a crescere. Abbiamo bisogno di migliorare la fiducia della gente nei vaccini. Con mio grande allarme, abbiamo visto di recente focolai di morbillo in paesi come la Germania e gli Stati Uniti, e non perché i genitori non possono ottenere i vaccini, ma perché hanno scelto di non vaccinare i propri figli. Nel frattempo, in Pakistan, i genitori sono invitati a torto a non proteggere i loro bambini dalla poliomelite. Io considero tutto questo tragico. Come può, chi ha visto morire di morbillo o polmonite un bambino o lottare per la sopravvivenza, non considerare i vaccini come uno dei più bei doni che gli scienziati ci hanno fatto?».

L’immunizzazione contro una malattia può prevenirne un’altra.

Un recente rapporto presentato dal Sage (Stretegic advisory group of experts on immunization), il gruppo di esperti che monitora i progressi del Piano d’azione globale per le Vaccinazioni , rivela che siamo sulla buona strada per soddisfare solo uno dei sei obiettivi fissati per il 2015, quello di migliorare l’accesso ai vaccini nuovi e sottoutilizzati, in particolare per prevenire la polmonite e la diarrea, due delle maggiori cause di mortalità infantile sotto i cinque anni, che sono state introdotte, rispettivamente, in 103 e 52 paesi.

«Tutti gli altri cinque obiettivi per il 2015 – aumentare la copertura dei vaccini contro difterite, tetano e pertosse (DTP 3), porre fine alla trasmissione della poliomielite, sconfiggere il tetano materno e neonatale, debellare il morbillo in quattro regioni del mondo e la rosolia in due regioni, non saranno raggiunti – continua Flavia Bustreo – Alcuni paesi come l’Etiopia, l’Indonesia e la Nigeria hanno compiuto notevoli progressi e hanno tutti una maggiore copertura DTP3. La Nigeria è riuscita a sconfiggere la poliomelite. Cina e India si sono concentrate sul tetano materno e neonatale. Ma milioni di bambini continuano a rischiare la vita perché non sempre ci sono a disposizione le vaccinazioni di cui hanno bisogno».

La priorità: far arrivare i vaccini ai centri di salute

Ciò significa integrare l’immunizzazione con altri servizi sanitari come l’assistenza post-natale per le madri e i loro figli e assicurarsi, ad esempio, che le donne sappiano quanto siano importanti i vaccini per mantenere i loro bambini vivi e in buona salute, e che li possano ottenere.

Assicurarsi che i sistemi sanitari siano sufficientemente forti per seguire le vaccinazioni dei bambini anche in caso di conflitti, disastri naturali e epidemie, escogitando modi sia per migliorarne l’accessibilità che per mantenere i prezzi verso il basso, e migliorando la capacità dei paesi di sostenere il costo delle vaccinazioni riducendolo sulla spesa dei singoli individui, una vera sfida per i paesi a medio reddito, che spesso ricevono meno assistenza dai donatori internazionali.

Un passo avanti importante per la salute delle donne si sta compiendo verso l’immunizzazione contro il papilloma virus che sta dimostrando la sua efficacia nel prevenire il cancro al collo dell’utero. Un nuovo vaccino recentemente scoperto, ora all’ultimo stadio della sperimentazione clinica, potrebbe svolgere un ruolo chiave nel prevenire una futura epidemia di Ebola. Questo è potuto accadere grazie all’impegno profuso dai ricercatori che lavorano duramente per sviluppare nuovi vaccini sempre più efficaci, dai governi che destinano risorse affinché ai bambini dei loro paesi siano garantite le vaccinazioni di cui hanno bisogno, dalle organizzazioni nazionali e internazionali che lavorano per ottenere aiuti salva vita per i bambini che vivono in paesi a basso reddito o a rischio a causa di conflitti, disastri naturali, e altre crisi e grazie anche all’impegno politico e finanziario di alto livello.

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