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26 Agosto 2015

Un gruppo di ricercatori canadesi ha messo a punto un test sul sangue in grado di svelare la presenza di polipi precancerosi nel colon. Si tratta di un risultato molto promettente che idealmente potrebbero prendere il posto del sangue occulto nelle feci.

I risultati, appena pubblicati sulla rivista Biomedical Optics Express, dovranno essere validati ulteriormente per dimostrare la loro affidabilità, prima che il test possa essere usato di routine.
Idealmente “questo è un test di screening che potrà essere usato da tutti” sostiene Haishan Zang della BC Cancer Agency, primo autore dello studio.

La colonscopia, che secondo le linee guida internazionali dovrebbe essere effettuata una volta ogni 10 anni a partire dai 50 anni per lo screening del tumore del colon, uno dei grandi big killer tra i tumori, viene effettuata solo da una minoranza della popolazione. Eppure è un esame potenzialmente salva-vita, in quanto può consentire di individuare il tumore in fase precoce, quando è più facilmente aggredibile e maggiori sono le possibilità di guarire grazie ai trattamenti.

Da anni, ricercatori di tutto il mondo sono alla ricerca di alternative diagnostiche meno invasive e costose per la diagnosi precoce di tumore del colon. In questo filone si colloca anche la ricerca della BC Cancer Agency e della University of British Columbia. L’idea non è certo quella di sostituirsi alla colonscopia, quanto piuttosto quella di avere a disposizione un test facilmente eseguibile, ripetibile ed economico, che consenta di individuare i portatori di una lesione precancerosa o di un tumore del colon, da avviare immediatamente e in maniera mirata alla colonscopia.

Lo studio dei ricercatori canadesi ha coinvolto tre gruppi di persone: 23 con polipi adenomatosi (precancerosi), 21 con tumore del colon già diagnosticato e 25 volontari sani. Tutti sono stati sottoposti ad un prelievo di sangue; il plasma, estratto dal campione, viene addizionato di nanoparticelle di argento, quindi analizzato con la tecnica detta surface-enhanced Raman spettroscopy (SERS). La SERS si avvale di un laser per ‘eccitare’ il campione e andare quindi a misurare le differenti vibrazioni indotte nelle molecole che lo compongono, fatto questo che dà informazioni sulla composizione molecolare. Le nanoparticelle d’argento servono ad amplificare il segnale. La sensibilità diagnostica nel rivelare la presenza di lesioni tumorali o di polipi adenomatosi è risultata dell’86,4%, la specificità dell’80%.

Studi condotti in passato da ricercatori della Fujian Normal University avevano dimostrato la presenza di differenze negli spettri Raman del plasma di portatori di cancro del colon, rispetto a quello di soggetti in buona salute.
Il passo avanti fatto con questo studio è stato di dimostrare che il test può essere utile anche nel dimostrare la presenza di polipi  precancerosi e questo ne fa un candidato potenziale a test di screening per la diagnosi precoce di cancro del colon.

Il vantaggio, rispetto ad altri grossolani test di screening per il cancro del colon è enorme. Il test abitualmente utilizzato infatti, la ricerca del sangue occulto nelle feci, non è in grado di rivelare la presenza di molte forme di cancro in fase precoce, in quanto asintomatiche e non sanguinanti.

I primi risultati ottenuti con questo test sembrano molto positivi, ma naturalmente è necessario validarli ulteriormente e approfondirne il significato prima di introdurli nella pratica clinica. Ad esempio non sono state ancora caratterizzate le molecole che causano le differenze rilevate alla SERS nei campioni plasmatici provenienti dagli individui portatori di lesioni precancerose o tumorali.  E questo sarà oggetto di future ricerche.

Maria Rita Montebelli

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17 Luglio 2015

Benefici maggiori dallo screening nelle donne fra i 50 e i 69 anni, ma i vantaggi sono chiari anche per le 70enni. Si studiano nuovi esami efficaci, soprattutto per le 40enni.

Le donne che si sottopongono regolarmente allo screening con mammografia tra i 50 e i 69 anni riducono del 40 per cento i rischimammografia-digitale di morire per un tumore al seno rispetto alle loro coetanee che non partecipano ai controlli. L’ultima conferma arriva da un vasto studio da poco pubblicato sulNew England Journal of Medicine e coordinato dagli esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), l’agenzia che all’interno dell’Organizzazione Mondiale i Sanità è specializzata sui tumori.

L’indagine
Gli esperti hanno valutato gli esiti di 11 sperimentazioni e 40 studi osservazionali (quelli che servono ad analizzare associazioni tra fattori di rischio o fattori protettivi e la patologia in studio) che hanno coinvolto parecchie migliaia di donne in tutto il mondo. Le conclusioni a cui sono giunti hanno messo in evidenzia che i benefici maggiori si ottengono con lo screening mammografico nelle donne fra i 50 e i 69 anni (quello attivo anche nel nostro Paese, per cui tutte le italiane in quella fascia d’età ricevono ogni due anni la lettera a sottoporsi gratuitamente al test). «Ogni mille donne che si sottopongono all’esame nei programmi organizzati vengono trovati da 4 a 10 tumori della mammella (la variabilità dipende dall’età e se è la donna è al primo esame o a uno successivo) – dice Marco Zappa, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Screening -. Oggi il 70 per cento delle donne italiane dopo i 50 anni riceve un invito per sottoporsi allo screening mammografico contro il tumore al seno , meno di una su sei però coglie l’occasione che può salvare loro la vita».

Controlli anche per le donne sopra i 70 anni e per le 40enni
Diversi studi hanno inoltre mostrato importanti vantaggi per le donne fra i 70 e i 74 anni, mentre le evidenze a favore dello screening fra le 40enni sono più limitate, anche se vanno nella stessa direzione delle donne più anziane. Ogni anno in Italia sono circa 46mila i nuovi casi di cancro al seno: l’80 per cento riguarda donne con più di 50 anni, ma l’incidenza nelle 30-40enni è in crescita. Le raccomandazioni sulla partecipazione allo screening e gli esami da fare per un’eventuale diagnosi precoce in questa fascia d’età sono materia dibattuta da tempo e molti specialisti concordano sul fatto che il programma di prevenzione (per tempistica dei controlli e tipologia di esame, se ecografia o mammografia eventualmente abbinate a risonanza magnetica) debba essere elaborato «su misura», tenendo conto dei vari fattori di rischio che ha ogni donna e della forma anatomica del suo seno. «In Italia quello che si sta studiando è se, a seconda della densità del seno in età giovanile si possono pensare intervalli di screening diversi: ad esempio una mammografia annuale per i seni densi e ogni due anni per quelli chiari – aggiunge Zappa – . Al momento attuale suggerirei alle 40enni che, soppesati vantaggi e svantaggi (ovvero rischio di sovradiagnosi e “accumulo”, seppur limitato, di radiazioni) vogliono comunque sottoporsi a un test di controllo, un esame mammografico all’anno, eseguito però in centri dove si diagnosticano (e si trattano) molti casi di tumore ogni anno».

Lo screening salva la vita: 9 donne su 10 guariscono con diagnosi precoce
«Queste conclusioni permettono di rassicurare ancora una volta le donne di tutto il mondo – commenta Eugenio Paci, tra gli autori dello studio ed epidemiologo all’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica di Firenze -: lo screening con mammografia salva vite e l’evidenza prova che è uno strumento determinante per diagnosticare il cancro al seno in fase precoce, permettere un trattamento appropriato e, quindi, ridurre il numero delle morti. Per quanto riguarda poi i possibili aspetti negativi dello screening (ovvero le diagnosi e le eventuali diagnosi e trattamento in eccesso, i falsi positivi, le radiazioni accumulate tramite i ripetuti esami), appare ben dimostrato che i benefici superano i rischi. Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente in tutto il mondo, causa ogni anno di milioni di morti, ma 9 donne su 10 che lo scoprono ai primi stadi guariscono definitivamente e la mortalità per questo tumore è in diminuzione. Ogni 1000 donne che dai 50 anni seguono il protocollo suggerito nei programmi di screening organizzato in Europa circa 20 sarebbero morte di questa malattia, ma se partecipano allo screening è stato stimato che da 7 a 9 hanno la loro vita salvata dall’aver partecipato al programma. Ecco perché è fondamentale sottoporsi ai controlli».

Oltre la mammografia, si studiano e valutano nuovi esami efficaci
Lo studio Iarc si conclude con l’affermazione che si può e si deve fare di più per raggiungere un’ulteriore riduzione della mortalità da cancro al seno. Esperti e ricercatori, anche in Italia, già studiano metodi alternativi alla mammografia, che abbiano la stessa o migliore efficacia e minori effetti collaterali. Come la promettente tomosintesi digitale, ovvero un nuovo sistema di imaging tridimensionale del seno che potrebbe migliorare l’accuratezza dell’esame perché consente di vedere meglio attraverso i tessuti mammari più densi (come ad esempio il seno in giovane età). «Infine – concludono Zappa e Paci – vanno messi a punti metodi «personalizzati» per le donne più a rischio, per la loro storia familiare (madri, zii, nonne, sorelle con un tumore al seno) o per il loro assetto genetico (mutazione dei geni Brca1 e Brca2), che devono essere sottoposte a controlli ravvicinati nel tempo e che iniziano già in giovane età. Ad esempio, la risonanza magnetica della mammella è considerata una tecnologia utile nell’identificazione di carcinomi nelle donne giovani ad alto rischio genetico, ma è necessario promuovere ulteriori ricerche»

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