Ricerca Medico
Albo Online

News dal mondo della Sanità

19 Aprile 2015

CATANIA – Un grande momento di confronto tra la categoria dei medici e il mondo politico si è tenuto stamattina a distanza di circa due settimane dalla denuncia della Guardia di Finanza nei confronti di 937 medici catanesi dichiarati prescrittori inappropriati di alcuni farmaci per l’osteoporosi.

A proporre l’iniziativa è stato l’Ordine dei medici della provincia di Catania con in testa il suo presidente Massimo Buscema che ha dovuto in più momenti sintetizzare e, a volte, ricondurre alla serenità un dibattito talvolta dai toni accesi. Segno della grande sofferenza che sta attraversando, in questi giorni, la categoria dei medici.

Una folta presenza di deputati europei, regionali, nazionali bipartisan si è riunita al fine di trovare una soluzione ad un problema che, secondo quanto ripetuto più volte durante il dibattito, risulta essere “un oltraggio alla classe medica e rischia di diventare un problema sociale”.

Ormai da tempo sia il Codacons sia l’Ordine dei medici di Catania hanno evidenziato come l’indagine della Guardia di finanza, su disposizione della Procura, ha avuto come diretto risultato quello di fare abbassare drasticamente le prescrizioni dei farmaci per i quali i medici risultano indagati. Dopo la conclusione delle indagini, difatti, le prescrizioni sarebbero diminuite dell’80% per i farmaci dell’osteoporosi e del 50% per tutte le altre tipologie di medicinali.

Inoltre sin dal 2 febbraio il Codacons ha fatto presente il grave problema dei medici indagati per eccessive prescrizioni ma l’Asp ha loro risposto attraverso un comunicato stampa accusando il segretario Francesco Tanasi di “terrorismo e di allarmismo poiché si trattava di normali procedure di verifica e che non c’era alcun reale motivo per cui preoccuparsi“.

L’indagine inoltre sembrerebbe gravata da un importante errore metodologico che consisterebbe nell’aver considerato come unica possibilità per la rimborsabilità di questi farmaci l’esecuzione di un esame MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata, ovvero l’esame per misurare la densità minerale ossea, n.d.r.) mentre la famigerata nota 79 prevede altre tre opzioni perfettamente riconosciute dal servizio sanitario regionale e cioè quello di pazienti cortisonati, con pregresse fratture vertebrali e femorali.

Mentre secondo Pippo Di Giacomo, presidente della commissione Sanità dell’Ars, fatti così clamorosi e generalizzati sarebbero il frutto di una distorsione del sistema.

L’unica proposta avanzata per uscire da una situazione che rischia di mettere ancora una volta la Sicilia nell’occhio del ciclone in quanto a disfunzioni di sistema e poca affidabilità è, secondo Di Giacomo, la presentazione da parte dei medici di una “documentazione da proporre alla politica, al governo e al Parlamento per valutare se sono state effettivamente chieste documentazioni in maniera impropria”.

Riportiamo, di seguito, alcuni degli interventi dei deputati presenti durante l’incontro.

Giovanni Burtone, deputato nazionale PD:  “Il medico sa che questa polemica può rappresentare una rottura tra la sanità e l’opinione pubblica. Le battute demagogiche per seguire il facile populismo portano solo a rotture insanabili. Grava un peso sia sulla classe medica, che ha visto arrivare la lettera dell’asp con le richieste di risarcimento economico, sia sul cittadino stesso. Il medico ha il dovere di prevenire e determinare un risparmio per il paziente. Bisogna chiedere al governo nazionale di rispondere in merito alla questione”.

Nino D’Asero, capogruppo del Nuovo Centrodestra all’Ars:L’intervento della guardia di finanza e della Corte dei Conti porta a chiarire le posizioni di ogni medico. La nota 79 va modificata ma le politiche populistiche non portano a nulla. La politica deve tornare a dire le cose come stanno”.

Gino Ioppolo, deputato regionale della lista Musumeci: “Credo che quest’indagine sia diabolica perché infierisce sulle scelte di cura del medico. Sul piano politico bisogna chiarire che nessuno si può sostituire al medico sulla scelta della cura. La nostra regione e la sanità sono ingovernabili. Bisogna tutelare la libertà di scienza e coscienza del medico. Guai se le prescrizioni dovessero crollare. Il governo regionale dovrebbe fare chiarezza al suo interno e compiere dei passi importanti per intavolare un‘interlocuzione con chi indaga”.

Dino Fiorenza, deputato regionale catanese Pds-Mpa: “Propongo una class action da parte bei medici”.

Maria Luisa Albanella, deputato nazionale PD  “Credo che tutto questo nasca dalla voglia di mettere in dubbio la sanità regionale e nazionale. Quest’indagine va eliminata perché è sicuramente frutto di un errore. Bisogna vedere se questo errore sia stato fatto in buona o in cattiva fede”.

Giuseppe Berretta, parlamentare nazionale del PD: “Dinanzi ad un tentativo demagogico per indurre preoccupazione, i medici stanno portando avanti un’operazione di verità. Questa vicenda va archiviata al più presto. Bisogna chiedere al Prefetto di intervenire, al governo nazionale di dare delle indicazioni chiare e chiedere alla magistratura di indagare sulle responsabilità. Poi mi chiedo: ma perché sempre Catania? Perché quest’aggressione alla sanità catanese? Credo che a Catania abbiamo punte di eccellenza che bisogna tutelare non bistrattare”.

Fonte originale

14 Marzo 2015

E’ una strana storia quella denunciata dall’associazione di categoria dei medici dirigenti Anaao Assomed, che riesce a spiegare meglio di altre cose come viene amministrato il settore sanità in Sicilia Hanno vinto un concorso ma non sono stati mai assunti, pur essendo mantenuti in servizio con contratti a tempo determinato. E’ l’incredibile vicenda di quattro medici chirurghi dell’Azienda ospedaliera “Policlinico-Vittorio Emanuele”, di cui abbiamo già parlato su Sudpress, che da 12 anni sono bloccati in una sorta di limbo burocratico: pur avendo vinto un concorso, e successivamente immessi in ruolo, non sono mai stati formalmente inquadrati nella pianta organica.

La storia inizia quando i quattro medici, nel lontano 2003, vinsero il concorso per dirigente medico. Solo nel 2012, però, venne emanata dall’azienda ospedaliera la delibera con la quale si prevedeva l’immissione in ruolo dei dirigenti medici vincitori del concorso nelle rispettive discipline. Incredibilmente, però, dalla graduatoria vennero assunti tutti gli aventi diritto, tranne quelli – per l’appunto – di chirurgia generale. “Sembra un vera e propria persecuzione nei nostri confronti e non capiamo onestamente il perchè” commenta amareggiata la dott.ssa Silvana Latino, una dei medici coinvolti dalla vicenda. Il prossimo 15 marzo scadrà l’ultimo contratto a tempo determinato dei quattro medici che adesso rischiano addirittura il mancato rinnovo. Al danno, però, si aggiunge la beffa.

 Perchè in questa storia i lati oscuri sembrano essere più d’uno. Infatti, in virtù dello stesso concorso, l’Azienda ospedaliera ha provveduto ad assumere tre dirigenti medici in pediatria e uno in anatomia patologica, anche se in tali discipline esiste un esubero di quindici unità, così come è dato leggere nella lettera che l’associazione di categoria Anaao Assomed, tramite il proprio segretario regionale Pietro Pata, ha deciso di inviare all’assessore alla Sanità Lucia Borsellino e, per conoscenza, al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. A rendere ancora più nebulosa la vicenda, però, si aggiunge anche il fatto che l’Azienda ha trattenuto in servizio alcuni dirigenti medici di chirurgia generale, nonostante questi abbiano superato i 65 anni e maturato dunque i requisiti per la quiescenza, così come previsto dalla normativa applicabile in materia. “Tra l’altro in chirurgia ci sono dirigenti medici non appartenenti alla nostra disciplina.

Anche se con una direttiva assessoriale del 2009 è stato imposto alle Aziende ospedaliere di procedere alla riallocazione dei medici in esubero, questo non è mai stato fatto da noi. Il nostro d’altronde è un esubero fittizio, perchè chirurgia generale possiede in pianta organica composta anche da medici non operanti nella nostra disciplina e che in realtà fanno altro, e ciò impedisce la nostra assunzione” aggiunge la dott.ssa Latino, parlando anche delle ripercussioni sull’efficienza della struttura e del suo intervento sanitario. “Faremo un esposto alla Procura della Repubblica, per denunciare le illegittimità riscontrate in questa vicenda.

E’ giusto che la Magistratura faccia luce su una situazione oggettivamente opaca. Anche l’opinione pubblica deve sapere: deve conoscere i veri motivi che portano l’abbassamento della qualità dell’intervento sanitario. Deve capire il perchè, ad esempio, dei rinvii degli interventi chirurgici o delle visite. Questa è una questione che riguarda in primo luogo i cittadini” sottolinea il segretario regionale di Anaao Assomed Pietro Pata. L’intervista alla dott.ssa Elisabetta Lombardo e a Pietro Pata, rispettivamente a capo della segreteria aziendale e regionale di Anaao Assomed.

Articolo originale

11 Marzo 2015

In Italia le donne sono più longeve degli uomini, ma si ammalano di più e trascorrono in media un terzo della loro vita in condizioni di salute non buone. E’ quanto emerge dal Rapporto alternativo sui diritti delle donne 2009-2014 (Pechino +20), curata da una rete di associazioni italiane, che la fondazione Pangea Onlus presenterà alla 59a sessione della Commissione sulla condizione delle donne. Un appuntamento importante perché farà il punto sulla situazione in Italia vent’anni dopo la Dichiarazione e Piattaforma d’Azione di Pechino del 1995. Tra gli obiettivi in agenda c’erano l’accesso delle donne a un’assistenza sanitaria qualificata e a basso costo, programmi di prevenzione, iniziative per affrontare il tema delle malattie sessualmente trasmissibili e della violenza di genere.

Donne e salute – Si legge nel rapporto che lo squilibrio tra salute di donne e uomini è dovuto alla carenza dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che, non essendo garantiti allo stesso modo in tutto il Paese, creano lunghe liste di attesa e un diverso accesso ai servizi da Regione a Regione. La denuncia della onlus, impegnata nella lotta alle discriminazioni di genere in tutto il mondo, riguarda anche le politiche governative che, secondo la vicepresidente di Pangea, Simona Lanzoni, “hanno messo in atto un processo di smantellamento dei servizi pubblici a favore di realtà private”.

A risentirne in particolare è il Mezzogiorno: le donne che risiedono in quest’area a 65 anni possono contare di vivere in media ancora 7,3 anni senza problemi di limitazione nelle attività quotidiane, mentre le loro coetanee del Nord hanno davanti 10,4 anni da trascorrere in buona salute. Uno studio Istat ha mostrato come le donne siano maggiormente colpite da alcune malattie, quali il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla o il tumore, mentre tra le principali cause di morte ci sono le malattie cardiovascolari, responsabili di più decessi che di tutte le altre patologie messe insieme. Ricerche sulla medicina di genere hanno dimostrato che spesso quando avvertono dolori al petto, segnale di infarto, le donne vanno al Pronto soccorso in media due ore dopo rispetto agli uomini, mettendo più a rischio il buon esito delle cure. Maternità – Nel 2014 il tasso di denatalità in Italia ha toccato il massimo storico.

La scelta di procreare è condizionata da fattori come le politiche per l’occupazione femminile e le politiche sociali di welfare. Da decenni il Paese conta un indice di natalità tra i più bassi al mondo. La causa, secondo Lanzoni, è legata alla “situazione drammatica in cui si trovano le donne, tra discriminazioni, precarietà e mancanza di lavoro, alti costi delle case e poche iniziative di sostegno alla genitorialità”. Ma anche se vengono messi al mondo pochi bambini, l’assistenza a queste nascite è inadeguata a causa dell’abuso di medicalizzazione prima e dopo il parto e del massiccio ricorso al parto cesareo: in molte regioni si raggiunge il 40%. Si riscontra poi l’eccessivo uso dell’assistenza privata e della diagnostica prenatale, senza differenze tra gravidanze fisiologiche e patologiche.

Malattie sessualmente trasmissibili – La diffusione di Aids, clamidia, herpes genitale e sifilide è in continua crescita. Tra le principali cause c’è il ricorso maschile alla prostituzione senza usare protezione, abitudine diffusa anche tra gli adolescenti. Nel corso degli anni sono diminuiti i fondi dedicati alla prevenzione: dalle statistiche si rileva che l’Italia resta uno dei pochi Paesi europei dove il contagio per via eterosessuale rimane una delle maggiori forme di trasmissione e si registra un aumento di casi di sieropositività tra i 16 e 25 anni. Da una ricerca su “Sessualità ed adolescenti” risulta, ad esempio, che solo il 18% dei ragazzi ha studiato educazione sessuale a scuola e le informazioni che dimostrano di avere sono vaghe: “Tra l’informazione e l’abitudine alla protezione c’è un gap ancora troppo ampio – denuncia Simona Lanzoni – il nostro è uno dei Paesi in cui si utilizzano meno contraccettivi: solo il 39% dei giovani usa abitualmente il preservativo e colpiscono le ragioni con cui i giovani giustificano la scarsa protezione.

Per il 19% si tratta di una scelta precisa, i contraccettivi non piacciono, il 49% non li ha a disposizione al momento giusto, il 23% li dimentica e il 7% si adegua alle esigenze di un partner contrario al loro utilizzo”. Violenza maschile contro le donne – Dai maltrattamenti subiti dalle donne, spesso tra le mura domestiche, derivano danni fisici, sessuali e psicologici e una seria compromissione della salute psico-fisica, con costi sociali ed economici per tutta la comunità. “Gli operatori dei servizi sanitari pubblici che dovrebbero aiutarle – afferma Lanzoni – presentano una formazione non adeguata, per cui la qualità dell’assistenza dipende spesso dalla sensibilità individuale del singolo operatore. Gli stereotipi culturali ancora diffusi e la sottovalutazione della violenza producono ritardi o omissioni nelle diagnosi e trattamenti e nella raccolta delle prove per eventuali processi. Ecco le ragioni della nostra campagna di raccolta fondi #Maipiùinvisibile, per il sostegno di 5 centri Antiviolenza del Sud Italia che rischiano di chiudere, perché ‘Per troppe donne nascondersi non è un gioco’”, conclude Lanzoni.

Per conoscere le organizzazioni che hanno redatto il rapporto o leggerlo si può andare su www.pangeaonlus.org/2014/07/24/rapporto-sull-attuazione-della-piattaforma-azione-pechino-0rFgjTDWqfCFoUMvAebKaM/index.html

Articolo originale 

11 Marzo 2015

Il Consiglio superiore della Sanità esprime il parere sul contraccettivo d’emergenza. Test di gravidanza, invece, solo se l’anamnesi induce al sospetto che ci sia stata fecondazione. Ora deve decidere il ministro della Salute.

Prescrizione obbligatoria per il contraccettivo d’emergenza della cosiddetta ‘pillola dei 5 giorni dopo’, indipendentemente dall’età della richiedente e test di gravidanza solo se l’anamnesi induce ad un sospetto di fecondazione in corso. E’ questa, secondo quanto si apprende, la posizione espressa dal Consiglio superiore di Sanità nel parere richiesto dal ministro Lorenzin sulla questione. In attesa dei dettagli del dispositivo, la decisione è che “il farmaco EllaOne debba essere venduto in regime di prescrizione medica indipendentemente dall’età della richiedente”.

“Ciò soprattutto per evitare gravi effetti collaterali nel caso di assunzioni ripetute in assenza di controllo medico”. “Il Consiglio Superiore di Sanità ha espresso il parere che temevano. A due giorni dall’8 marzo, per le donne italiane è in arrivo un pessimo regalo, cioè potranno usare la pillola ‘dei 5 giorni dopo’ solo con la ricetta medica, al contrario di quanto accade in tutta Europa dove si può acquistare liberamente perchè non si tratta di un farmaco abortivo ma di un contraccettivo di emergenza (agisce ritardando l’ovulazione). Solo pochi giorni fa il parlamento tedesco ha approvato una legge, nata da un’iniziativa legislativa del governo, che permette la vendita di EllaOne senza prescrizione medica. Ci auguriamo perciò che il ministro Lorenzin decida guardando all’Europa e con l’obiettivo di dare più diritti e libertà alle donne italiane”. Così Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo del Pd della Camera.

Articolo originale 

11 Marzo 2015

Il Ministero della Salute, dopo l’ispezione effettuata sulla rete del sistema nascite siciliano, ha individuato sei punti su cui la Regione dovrà intervenire immediatamente e senza rallentamenti La Regione Sicilia è inadempiente nel percorso nascita dal 2012, pur avendo usufruito di finanziamenti specifici dal 2009. Questa è la notizia che si legge oggi sul quotidiano La Sicilia. Il documento di diffida arriva a seguito dell’ispezione ministeriale avviata dopo la morte della piccola Nicole Di Pietro, condotta dal Comitato LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).

Numerose le falle individuate nel sistema nascite improntato dalla regione, nei confronti delle quali – sempre secondo gli esperti del Ministero – è necessario intervenire con particolare urgenza. Sotto questo punto di vista pare che il ministro Beatrice Lorenzin abbia dato un ultimatum ai vertici della regione: entro il 30 giugno 2015 dovranno essere svolti gli interventi definiti, per l’appunto, improcrastinabili. I punti su cui si dovrà intervenire sono sei: il servizio di trasporto in emergenza della madre e del neonato, i punti nascita, le Unità di terapia intensiva neonatale e le subintensive, il piano di formazione, nonché l’integrazione ospedale-territorio e l’attività dei comitati Percorso nascita regionale e Percorso nascita aziendali.

Dopo i recenti casi di cronaca, molta attenzione è riservata alla prima questione. Infatti, per il servizio di trasporto in emergenza della madre e del neonato, la regione dovrà individuare al meglio le modalità di gestione del modello organizzativo, elaborare i protocolli operativi per la gestione della comunicazione tra cliniche private, ospedale e 118, e attivare i servizi nelle aeree non coperte dal servizio. Proprio quella smagliatura nella rete organizzativa sino ad adesso attuata che ha portato alla morte della neonata lo scorso 12 febbraio Per i sei punti individuati dal Ministero si dovrà procedere senza rallentamenti: in caso di inadempienze verrà nominato un commissario ad acta, che interverrà nella realizzazione delle misure prescritte in caso di ulteriore inadempienza. Nel documento c’è anche un’altra data, quella del 31 dicembre 2015. Entro questo termine, infatti, il Ministero della Salute effettuerà un report di controllo sulle misure attuate.

Articolo originale 

11 Marzo 2015

Il convegno, organizzato da Adiconsum Sicilia, si è posto l’obiettivo di trovare un dialogo tra i maggiori esponenti del mondo della sanità. Secondo l’associazione per garantire una buona sanità è necessario che la voce dei cittadini venga ascoltata; uno dei passi principali per poter attuare ciò è la realizzazione della Legge Regionale 5 del 2009 secondo cui è l’ammalato ad essere posto al centro del servizio sanitario e non la struttura ospedaliera.

Più servizi per il cittadino, più vicinanza all’ammalato, potenziamento della rete d’emergenza, centralità dell’azione dei medici e maggiore comunicazione. Questi gli aspetti da verificare e migliorare secondo Adiconsum Sicilia. Le stesse proposte sono state sostenute da molti dei relatori presenti tra cui Pietro Giordano, presidente Nazionale Adiconsum, Placido Bramanti- direttore IRCCS, Vincenzo Romeo- Presidente Regionale Adiconsum Sicilia, Emanuele Bonomo- Presidente territoriale Catania Adiconsum e Massimo Buscema- presidente dei Medici di Catania.

Assente al convegno invece l’assessore regionale della Sanità, Lucia Borsellino. Proprio il dipartimento socio sanitario di Adiconsum Sicilia ha condotto un indagine conoscitiva per cercare di comprendere il grado di soddisfazione del cittadino e ha esposto i risultati nel corso del dibattito tenutosi presso la Cappella Bonajuto a Catania. L’indagine ha previsto la compilazione di alcuni questionari in diverse località siciliane, tra cui Palermo, Trapani, Siracusa, Ragusa, Messina e Catania.

I questionari, anonimi, sono stati sviluppati in nove domande elaborate secondo una scale di gradimento da “per nulla” a ” moltissimo”. I dati raccolti, come spiega Salvatore Alizio- Adiconsum Messina- hanno permesso fin da subito di verificare la sfiducia degli utenti nei confronti dei servizi di sanità. Degrado, disservizio, scarsa attenzione, tempi di attesa lunghissimi, mancanza di interlocutori sono alcuni delle segnalazioni. Addirittura il 75% degli utenti è risultato poco o per nulla soddisfatto dei servizi sanitari del proprio territorio. C’è solo un piccolo 1% a definirsi “molto contento”. Inoltre, più del 40% degli intervistati ha dichiarato di essere insoddisfatto del servizio pubblico. Ad aggravare il quadro della situazione risultano le difficoltà riscontrate per le lunghe attese che spesso costringono i pazienti a rivolgersi a strutture private, le modalità di prenotazione delle visite e lo scarso ascolto o gentilezza da parte dei dipendenti.

“Le risposte ai questionari che più mi hanno colpito sono quelle legate all’accoglienza, ascolto, rapidità e qualità di informazioni”- comunica il presidente Romeo e prosegue- “ciò ci fa comprendere che i cittadini sanno perfettamente che sono in periferia rispetto al sistema sanitario. Non sono tutelati e lo avvertono”. Per quanto riguarda nello specifico Catania, l’analisi dei dati per l’azienda ospedaliera Garibaldi, il Policninico Vittorio Emanuele e l’ospedale Cannizzaro ha ancora sottolineato elementi sconfortanti.

Per il 93% degli utenti intervistati il livello della sanità territoriale è medio -basso. Ancora negativi i dati circa l’accoglienza o l’ascolto presso gli ospedali sopra elencati. Le informazioni, la rapidità, i tempi di attesa e le risorse economiche degli ospedali sono ancora dati che lasciano insoddisfatte la maggior parte degli intervistati. “Interessante è stato capire come i cittadini vogliano capire come vengono spesi i soldi e le risorse nella sanità”- ha affermato Vincenzo Romeo nel corso del convegno. Non si può pensare ad un miglioramento della rete sanitaria senza pensare alla necessità di migliorare la comunicazione tra sanità e pazienti.

“Il cittadino ha bisogno di conforto e assistenza e deve essere al centro del sistema”- afferma Emanuele Bonono e prosegue- “potenziare gli strumenti, semplificare la comunicazione, ridimensionare la governance politica: questi sono i punti da cui si dovrebbe partire”. E proprio a questa affermazione se ne legano molte altre. I relatori presenti infatti si sono soffermati sull’importanza di una sanità utile al cittadino. La struttura e la rete sanitaria deve accelerare il processo comunicativo e fare da garante per la salute del paziente. Il cittadino dovrebbe essere in una posizione centrale, ma così non è. Quindi, chi lo è? a questa domanda risponde ancora il presidente Romeo sostenendo che “purtroppo il centro del sistema sanitario è conteso da molti. “Un ambito fin troppo centrale è e rimane la politica. Troppo spesso- prosegue Romeo- non c’è un rapporto equilibrato tra interessi politici e interessi del cittadino. I ritardi nella nomina dei dirigenti, ad esempio, non sono legati al paziente ma ad altri interessi” Un altro degli aspetti da migliorare è sicuramente quello della maggiore trasparenza sulle attività del servizio sanitario per la tutela del cittadino/ paziente e per garantire una Sanità siciliana più funzionale ed efficiente.

“Troppe cose stanno accadendo qui a Catania nell’ultimo periodo. Se non c’è eccellenza e professionalità come si possono fornire i servizi ai pazienti in modo doveroso?” interviene Massimo Buscema-” Poniamo al centro il paziente e non il potere politico. La politica usa la salute dei pazienti per avere consensi”. La conclusione del dibattito è dedicato all’intervento del direttore IRCCS Bramanti e della dottoressa Rosanna La Placa- segretario generale CISL, i quali sostengono che il problema della sanità è legato alla burocrazia politica. “Si deve intanto modernizzare la medicina, poi ridurre la burocrazia e infine, ma non per importanza, concedere le giuste attenzioni a chi ne ha bisogno”, sostiene Bramanti. “I bisogni e disagi dei pazienti non devono essere secondari” afferma La Placa e poi conclude chiedendo “Si è mai pensato a dare vere e concrete risposte a tutte le domande che si pone ogni giorno chi soffre di qualche particolare patologia? Manca proprio questo, la capacità e volontà di dare certezze e risposte ai bisogni dei pazienti”.

Articolo originale